L’ultimo conte di Tersatto. Una congiura ai tempi di Leopoldo I

 

Battana, Antonio A. (1931): L’ultimo conte di Tersatto. Una congiura ai tempi di Leopoldo I. La Porta Orientale, VIII, 435–452.


Nel castello di Tersatto, alle porte di Fiume, un cristallino po meriggio di estate.

Ero salito sul colle pieno di fiori selvatici, sfidando la fatica dei trecento scalini tagliati nella roccia e percossi dal solleone, per visitare la rocca sorta nel medio evo, forse su pietre romane, a vigilare il Carnaro battuto dai venti e dagli uscocchi, Monumento morso dai secoli, tutto devastazione e rovina, ma poderoso ancora nel torrione ritto sopra l'abisso e nelle muraglie coperte d'edera. E denso di mistero. Vi palpita il ricordo delle vicende guerresche e vi passa il brivido della leggenda, Vicino alla cappella si sprofonda una voragine: dicono scenda a cento metri e metta capo ad una buca profonda che si vede sul fianco della strada ludovicea: via di fuga nelle invasioni o crepaccio naturale, senza scopo alcuno. Nella chiesuola sono le tombe dei conti Nugent, irlandesi al servizio imperiale: una iscrizione invoca pace alle ceneri degli eroi non furono eroi, ma dormono nella pace suprema. Non vi riposano invece i Frangipani, che tennero con forte animo la signoria del castello e vi portarono la gentilezza delle tradizioni, della cultura e dei costumi italiani: la vendetta austriaca non concesse loro nemmeno un sepolcro degno dell'antica gloria. Stirpe di guerrieri e di poeti, finita tragicamente in quel secolo decimosettimo così funesto ai popoli degli Absburgo: secolo di lotte sanguinose, di ipocrisia e di sottile crudeltà.

Lassù, nella tetra rocca, la storia dell'ultimo conte di Tersatto rinasceva nel pensiero, densa di drammaticità e di romanticismo.

In the castle of Tersatto, at the gates of Fiume, a crystalline summer afternoon.

I had climbed the hill full of wild flowers, braving the fatigue of the three hundred steps cut into the rock and battered by the sun, to visit the fortress built in the Middle Ages, perhaps on Roman stones, to watch over the Carnaro battered by the winds and the Uskoks, a monument bitten by the centuries, all devastation and ruin, but still powerful in the tower standing above the abyss and in the ivy-covered walls. And full of mystery. The memory of war events throbs there and the thrill of legend passes through you. Near the chapel a chasm sinks: they say it descends to a hundred meters and ends in a deep hole that can be seen on the side of the Ludovica road: an escape route in invasions or a natural crevasse, without any purpose. In the little church are the tombs of the Nugent counts, Irishmen in the imperial service: an inscription calls for peace to the ashes of heroes who were not heroes, but sleep in supreme peace. The Frangipani, who held the lordship of the castle with strong spirit and brought there the kindness of Italian traditions, culture and customs, do not rest there: Austrian revenge did not even grant them a tomb worthy of their ancient glory. A lineage of warriors and poets, ended tragically in that seventeenth century so fatal to the people of the Habsburgs: a century of bloody battles, hypocrisy and subtle cruelty.

Up there, in the gloomy fortress, the story of the last count of Tersatto was reborn in thought, full of drama and romanticism.

I.

Il marchese Francesco Frangipani nacque nel 1639. Alcuni storiografi croati affermano che i Frangipani di Tersatto — essi ne storpiano il nome in Frankopan erano slavi e si chiamassero Duimic, sino a che uno di loro, il bano (vicerè) Nicola, inviato nel 1406 a Roma in importantissimi negozi politici, tanto diventò amico di quei Frangipani che, avendo anche ragione di credersi dello stesso ceppo, ne prese nome e stemma: il leopardo rampante e il pane. Sciocchezze. Discendevano davvero dalla superba famiglia romana, la quale si ramificò anche nel Friuli, e, nella stessa maniera di altri nobili italiani, si trapiantarono nei paesi degli Absburgo e vi ebbero dignità, feudi, altissimi incarichi.

Sia come vuolsi, Francesco era italiano di mente e di consuetudini. Aveva studiato a Bologna vi fioriva allora il Collegio croatico e poetava nella nostra lingua come in quella della sua patria di adozione. Aveva sposato la romana contessa Giulia de Naro, congiunta dei Barberini; era imparentato con i reali di Napoli e con i duchi di Mantova; molte relazioni di amicizia lo stringevano con Venezia. Appena poteva, faceva liete capatine nella Dominante, e la Serenissima se ne giovava, pur tenendogli gli occhi addosso, per chè vicino ed ambizioso, ma pronta sempre a fiancheggiarlo contro l'imperatore, tanto più che, spento il mal seme uscocco, essa mirava ad affezionarsi i croati. Venezia provvedeva a spargere cultura italiana tra gli slavi meridionali, e, d'altro canto, libri croati si stam pavano nelle sue tipografie. Dotti veneziani facevano viaggi a Za gabria e dotti croati mantenevano con la città della laguna fervido commercio intellettuale. Si aggiunga che il Frangipani, conte di Tersatto, signore di castella a Buccari, a Portorè, a Cirquenizza, a Veglia, padrone di miniere, di una piccola flotta mercantile, poteva esserle utile nei suoi traffici come nella sua politica. Più ancora, attraverso di lui stendeva il suo influsso sino al conte Pietro Zrinyi, il quale aveva in moglie la sorella del Frangipani. Caterina.

Antichissima casa slava, quella degli Zrinyi, e illustre nelle armi e negli studi. In essa l'ufficio di bano di Croazia era pressochè eredi tario e il comando degli eserciti accampati al confine con la Turchia. Fra tutti grandeggiò Nicola, caduto nel 1566 alla difesa di Sziget, quando con seicento uomini balzò dalla fortezza in fiamme ad affrontare l'esercito di Solimano. Il sultano decapitò la salma e la testa gloriosa fu infilata su una lancia davanti alla tenda imperiale. Pie tro ed il fratello di questi, Nicola, erano pronipoti dell'eroe. Il se condo fu ucciso nel 1664, durante la caccia, da un cinghiale, o, come vogliono alcuni, da un sicario di Leopoldo I. Anche egli lasciò ampia fama di guerriero. Poeta in tre lingue, consacrò alla gesta dell'eroe il poema «Zrinyiade»; mecenate, adornò i suoi palazzi di opere d'arte insigni, particolarmente italiane, ed ebbe amici i mag giori letterati del tempo; la sua morte destò compianto universale e diede la stura ad un torrente di versi. Pietro Guadagni le consacrò un sonetto, di cui l'ultima terzina diceva:

Ecco spento il Serino, ecco che giace
L'intrepido campion, l'eroe guerriero;
Cadde sotto una fiera, un cuor sì fiero.


Stile del secolo, gonfio di concettini e di giocherelli di parole, come quello del francese Pierre Royat, che invitava la cristianità a lacrimare sulla fossa del «padre dei letterati»:

Vous tous Chrestiens pleurez, car un sort bien terrible
A rendu le vainquer des Turcs, vaincu des porcs.

Cento anni più tardi, una principessa Pignatelli fece innalzare una colonna commemorativa colà ove il valoroso era spirato.

Pietro gli succedette nell'ufficio di bano. Aveva allora quaran taquattro anni. Aveva studiato a Bologna insieme con il Frangipa ni, e, come tutti i suoi congiunti, anzi, si potrebbe dire, come tutti i gentiluomini del tempo, si dilettava a poetare. Nel 1660 uscì a Venezia, dai torchi di Zammaria Turrina un suo poema intitolato «Adrianskoga Sirena» (La Sirena dell'Adriatico), e il Piccini l'aveva ornato di incisioni in legno di raro gusto. Aveva percorso quasi tutta l'Italia, a visitare parenti e amici dotti, ad ammirare le vestigia della grandezza latina e i monumenti dei secoli d'oro dell'arte italiana. Alle doti dell'intelletto accoppiava la gagliardia fisica e alla generosità dell'animo la prontezza a lanciarsi in avventure temerarie. Era estremamente ambizioso e facile ad accendersi per ogni causa che fosse o gli sembrasse giusta.

A poco a poco tutte codeste sue passioni si volsero contro l'im peratore. Le ragioni dello sdegno erano molte. Politiche e private. Gli rodeva che, nella vergognosa pace stipulata da Leopoldo con Maometto dopo la vittoria di San Gottardo, si fossero lasciate agli infedeli, con Buda e con vaste provincie ungheresi, terre croate che egli riteneva quasi parte del suo retaggio; gli bruciava che la dignità di bano fosse stata sminuita sino a farne una semplice lustra; lo tormentava il sospetto della morte fraterna; ma soprattutto una immensa brama di gloria lo trascinava ad imprese audaci. L'ambasciatore veneziano Giorgio Cornaro gli leggeva nell'anima e ne scriveva alla Serenissima: «.... Li concetti suoi sono generosi; suo de siderio è di rendere alcun segnalato servigio alla Christianità». A sua volta, il conte Frangipani mirava ad estendere la propria petenza di gran lunga oltre i confini ove era costretta, e sperava di giungervi con l'aiuto dello Zrinyi. Intorno ai due cognati, poi, sta vano tutti i nobili magiari e slavi, malcontenti della soggezione in cui erano tenuti da Vienna senza quasi accordo di sorta cominciarono pertanto ad intrecciarsi congiure volte ad un solo fine: strappare penne ed artigli all'aquila absburghese, e ridare ai paesi sui quali essa premeva la libertà antica. Tutti soffrivano della stes sa tirannide, poichè verso tutti era stato adottato il turpe principio che Leopoldo aveva espresso nei riguardi dell'Ungheria in una frase storica Faciam Hungariam captivam; postea mendicam, deinde catholicam. L'ambasciatore francese, Gremonville, scrutando in quel ribollire di odi, ragguagliava Luigi XIV dalla capitale dell'impe ro: «Ils sont pleins de haine et de vengeance et les gens qui ont plus les moyens de s'en bien servir». E il vescovo di Beziers, ambasciatore di Francia a Venezia, confermava l'avversione dei due cognati per Leopoldo: «Ils ont le venin dans le coeur contre lui». Il Re Sole rispondeva si seguisse con occhio vigile il moto che si delineava, e, meglio, lo si appoggiasse, badando peraltro che nè magiari nè croati cercassero salvezza in un'alleanza con i turchi, a danno dei quali si doveva operare. Se questa condizione non fosse stata rispettata, egli avrebbe abbandonato senza pietà i congiurati al loro destino.

Così a poco a poco si allacciarono i fili tra lo Zrinyi e i ministri di Francia e della Serenissima; altri ne stringevano il Frangipani e i magnati ungheresi, tra cui era il Palatino Vesselenyi. Luigi rincalzava nelle promesse e faceva balenare la possibilità di uno sbarco di suoi soldati a Buccari «pour causer des grands embarras à la maison d'Autriche, et peut-être donner le dernier echec à sa puis sance». Come i lettori sanno, il Cristianissimo tendeva proprio allora con ogni mezzo all'egemonia in Europa, contesagli principal. mente dagli Absburgo.

Ma Leopoldo non dormiva.


II.

Leopoldo era astuto ed ipocrita. Educato dai gesuiti, in balia di vescovi e monaci, egli passava le giornate tra gli armeggi politici, le pratiche religiose e le baldorie. Nato nel 1640, le sue mani malaticce reggevano lo Stato con la perfidia non potendo con la forza. Giovane, era posto di fronte ad agitazioni interne e a competizioni con l'estero che solo forse un grande cervello avrebbe potuto vincere con arti pacifiche. Egli, in vece, non sapeva che opprimere e non badava che a prevalere. Col carnefice in casa e con l'intrigo fuori. Fatica stolida, come apparve appieno nel viluppo della successione spagnola.

Nella reggia, nonostante tanti grattacapi, era continuo chíasso di feste. Del resto, anche lì, a Vienna, molto si parlava italiano: italiano era il teatro e italiani artisti e letterati. Lo stesso imperatore si esprimeva con facilità nella nostra lingua e la usava volentieri nella sua corrispondenza privata. «Qui non risuonano voci che di trattenimenti, conviti e bicchieri; frequenti le commedie in palazzo» --riferiva il Cornaro. E il Gremonville a sua volta scriveva a Parigi, dando a Cesare dello Zanni», al Cancelliere Venceslao Lobkowitz del « Balanzone», al Presidente delle finanze del «Pantalone», alla imperatrice vedova della «Colombina» e, «fra tanti personaggi di fama, io sono Trappolin, il quale non pensa che al miglior modo di ser vire il suo padrone». Leopoldo si deliziava di caccie, di musiche, di amori, e quando sentiva stanchezza di piaceri, si prostrava ai piedi del padre Donellan, suo confessore, supplicandolo di dargli l'assoluzione.

Il Donellan era potentissimo. Non si muoveva dito senza il suo consenso; i pasticci politici passavano per la sua cucina; il cancelliere dell'impero gli chiedeva consigli e suggerimenti e li seguiva. E la prova decisiva del sordo lavorio dei magnati ungheresi e croati, venne a Leopoldo appunto dal Donellan. Questi, al primo sentore della congiura, aveva avuto dal principe Lobkowitz la missione di recarsi dal conte Francesco Nadasdy, che nella cospirazione pareva invischiato, e di strappargli il segreto la quale cosa non doveva essere difficile, conoscendosene l'animo pavido. «Il est fort volage» — diceva di lui il Gremonville, e biasimava i congiurati di averlo fatto partecipe dei loro piani.

Il Donellan, dunque, andato dal Nadasdy, a Pottendorf, gli aveva detto che l'imperatore nulla ignorava del complotto; ma era incline al perdono, anzi a calmare i malcontenti, restituendo la Dieta all'Ungheria e concedendo nuovi privilegi ai nobili, a dare, insomma, di frego sul passato. Ma ad esso solo non voleva perdonare: a lui, Nadasdy, che aveva dimenticato di essere magistrato e servitore del sovrano, che aveva scordato i benefici ottenuti, che aveva tradi to i suoi doveri e macchiato il suo nome. C'era tuttavia - chissà? - un modo di placare la collera dell'imperatore: confessare e implorare grazia. Il conte, interrorito, aveva allora scritto al monarca, invocando clemenza. Chiamato a Vienna, si era buttato ai piedi del suo «misericordioso signore» e piangendo come un fanciullo aveva narrato per filo e per segno come fosse cominciata la congiura e come svoltasi, quali mire avesse e quali mezzi e chi vi era coinvolto. Gli fu promesso che i ministri avrebbero tenuto conto del suo pentimento e della sua confessione; fu pregato di stendere un ampio memoriale sulla cospirazione con nomi e dati precisi: così lo sciagurato consegnò gli amici alla vendetta dell'imperatore. E la vendetta ebbe principio subito, silenziosa e tremenda.

Il conte Zrinyi fu pregato di venire a Vienna: Leopoldo aveva bisogno dei suoi consigli. Il bano intravvide l'inganno, ma non osò disobbedire. Il sovrano lo ricevette con grandissime dimostrazioni di amicizia. Gli domandò perchè ungheresi e croati gli fossero ostili, come appariva dalle relazioni che gli inviavano dai due regni gli manifestasse le ragioni del malumore dei nobili e gli suggerisse i provvedimenti più acconci a ricondurre la pace negli animi e nel paese: non temesse di adirarlo; anzi, tacendo lo avrebbe offeso. Lo Zrinyi parlò schiettamente, descrivendo le condizioni della Croazia, a lui meglio note; di quelle magiare, altri gli avrebbero potuto dire con maggiore cognizione e con maggiore autorità. Gli enumerò le violenze dei generali austriaci, le spoliazioni continuate di cittadini, e le ingiurie a patrioti insigni, le ferocie dei soldati e la rapacità dei commissari del fisco: la Corona medesima era oltraggiata dagli arbitri e dalla inettitudine dei funzionari. 

— Perchè vi siete rivolti a Luigi XIV e alla Serenissima e non a me? — interrogò Leopoldo.

— Abbiamo chiesto loro appoggio contro i musulmani, gli austriaci non avendo la forza necessaria per scacciare il turco e di noi diffidandosi troppo.

— Che cosa dunque converrebbe fare?

— Lasciare la difesa dei confini ai croati, la cui fedeltà fu esperimentata cento volte dai predecessori della Maestà Vostra; restituire il bano in tutta la sua dignità e nel suo intero potere, sicchè egli dipendesse esclusivamente dall'imperatore; nominare croati negli alti uffici militari e civili.

— E’ molto, ma non ricuso di esaminare i vostri desideri. E che cosa volete voi, personalmente? Che cosa vostro cognato?

— Io e il conte Frangipani vorremmo avere in diritto ereditario e perpetuo le Contee che già teniamo — Tersatto, Veglia e Gottschee - e quelle di Fiume e di Pisino.

— E ci offrite in compenso?

— Anima e braccio. Ci consacreremo alla Casa imperiale con lo stesso ardore dei nostri avi. Anche Francesco Rakoczy non brama altro.

— I vostri congiunti approvano codeste domande e codesti disegni?

— Pienamente.

Quale consiglio ci date nei riguardi del turco?

--Rompergli guerra.

— Conte, non possiamo violare il trattato di pace con il sultano. Il nostro onore vi è impegnato.

— Mi conceda Vostra Maestà di operare a mio senno, e il Padi scià stesso lo violerà.

— Come?

L'infedele non è sazio di conquiste. Se noi altri nobili croati e magiari gli offrissimo alleanza, accetterebbe invaderebbe le terre imperiali e allora volgeremmo le armi contro di lui. 

La risposta di Leopoldo a cotesto piano pericoloso e sleale non fu consegnata in nessun documento: lo Zrinyi affermò più tardi che era stata favorevole e gli storiografi croati confortarono di molti argomenti le sue asserzioni: in essa è la chiave e l'enigma della congiura. Certo, le ambizioni dei due conti e dei loro seguaci erano ardenti; ma certo è ancora che lo Zrinyi voleva farsi giuoco del sultano per giungere alla liberazione della patria, e forse dell'imperatore per cingere la corona di Zvonimiro. Ad ogni modo, Leopoldo era più astuto di lui ed aveva scorto immediatamente la possibilità di trarre i ribelli in una rete donde non sarebbero sgusciati. Il colloquio con lo Zrinyi lo aveva acceso di profondissimo sdegno; le condizioni postegli gli erano apparse così eccessive che, accogliendole, il suo potere sarebbe stato spezzato per sempre e l'impero non avrebbe avuto più che di nome il dominio della Croazia e dell'Ungheria. Da quel momento la sorte dei ribelli fu decisa. Pure tacque e dissimulò. Bramava che la congiura arrivasse a maturità: allora i cospiratori sarebbero caduti tutti nelle sue mani. Il ministro Rottal, con il quale lo Zrinyi ebbe una conferenza dopo la visita all'imperatore, esortò il bano ad aprire senza indugio i negoziati con il turco. 

Come lo Zrinyi ritornò nel suo castello di Ozal, raccontò a Caterina le vicende del viaggio a Vienna. La donna fu colta subito da oscuri presentimenti: non aveva fede nelle parole del sovrano: vedeva l'abisso spalancato ai piedi dei temerari cospiratori. Anche il conte Frangipani temeva un tranello; ma era devoto spirito е согро al cognato e non ebbe l'energia di opporsi al folle disegno. Così tre capitani del bano furono inviati a Costantinopoli per stringere accordi con Maometto IV. E fu abbozzato quel patto di fellonia che scatenò rovine e morte. Il sultano s'impegnava di correre alle armi contro gli imperiali appena i congiurati gli dessero cenno, di nominare lo Zrinyi e i suoi successori in linea diretta e per diritto di primogenitura, signori di tutte le terre costiere già strappate agli Absburgo e di quelle che la Mezzaluna avrebbe conquistato nelle prossime campagne. Se la casa degli Zrinyi si spegnesse, la Croazia a vrebbe scelto il suo re ed il Padiscià avrebbe sanzionato l'elezione. La Turchia prometteva di rispettare la religione e le istituzioni pubbliche croate; di non levare dalle provincie in discorso se non il tributo di ventimila ducati una volta tanto; di non negoziare la pace con l'impero sino a che l'indipendenza croata non fosse assicurata. A questo fine avrebbe combattuto sino all'estremo. Di confronto, lo Zrinyi doveva mandare suo figlio Ivan in ostaggio a Costantinopoli e per due anni i confini croati verso la Turchia non dovevano essere fortificati. Il bano s'impegnava, infine, di assalire quanto prima le truppe austriache in Carniola, cosicchè, dilagando la guerra anche in Croazia, il sultano avesse un pretesto di scendere in armi.

Appena lo Zrinyi ebbe questo abbozzo del trattato, che documentava la brama di Maometto di ricominciare le ostilità, lo consegnò a Vienna. Vedesse l'imperatore se meritava tenere fede a chi era pronto a romperla; prendesse da ciò conforto a muovere guerra all'eterno nemico del nome cristiano e ad affidare agli slavi ed ai magiari la difesa delle regioni minacciate. Tanto s'illudeva l'ingenuo, mentre a Vienna non si aspettava che un fatto concreto per scagliarsi contro gli slavi e contro i magiari. E i negoziati corsi a Costantinopoli erano appunto cotesto fatto concreto.

Ma bisognava innanzi tutto che gli Stati fossero informati della congiura nella maniera più conveniente alla politica dell'imperatore; che credessero al pericolo di una nuova guerra musulmana di conquista; che l'opera dei cospiratori fosse prospettata come un tradimento a tutta la cristianità; che, insomma, gli Absburgo appa rissero un'altra volta con l'aureola dei salvatori della religione e dell'Europa.

Ed in particolare cotesta opinione doveva diffondersi tra i popoli di Leopoldo, onde la sua crudeltà sembrasse giustizia.


III

Nel febbraio 1670 voci confuse, oscure, paurose, serpeggiarono in Croazia, nelle terre adriatiche, dove i Frangipani avevano castelli e feudi, a Fiume, nell'Istria, a Trieste, a Gorizia, nel Friuli. Si diceva che il conte di Tersatto e suo cognato Zrinyi avessero stretto alleanza con il Turco per estendere i loro domini sino ai confini della Serenissima e per innalzare lo Zrinyi al trono di Croazia. Già, si affermava, eserciti musulmani si ammassavano, pronti ad irrompere sino all'Isonzo; per colpa degli ambiziosi nobili slavi e magiari si sarebbero rinnovati gli orrori della guerra con eccidi di inermi e strazio di donne; per colpa loro gli imperiali avrebbero nuovamente infuriato contro le popolazioni tranquille, le quali finivano sempre con il pagare le spese delle lotte tra il sovrano e i grandi. Erano tutte voci che gli emissari austriaci mettevano in giro e che trovavano facile credito. In alcune regioni di Croazia scoppiarono sommesse e il nome del Frangipani e dello Zrinyi fu nome di orrore. Amici che il conte di Tersatto stimava fedelissimi gli volsero le spalle: alcuni denunciarono a Leopoldo trame che non aveva ordito e parole che non aveva detto; altri si offrirono di cooperare alla repressione, pur di ottenere si dimenticasse la loro intimità con lo sventurato. Così, chi sino alla vigilia aveva baciato la mano dello Zrinyi, ora non ad altro anelava che a morderla. Il Cornaro scriveva alla Serenissima che ogni cosa andava a rovescio per i magnati, benchè molto si parlasse apertamente di imminenti sbarchi francesi, d'invasione musulmana nell'Istria austriaca e di grandi armamenti di navi a Venezia. D'altro canto, aggiungeva, a Zagabria tutto era sossopra: nobi. li e clero, funzionari e magistrati fuggivano portando in salvo quanto avevano di prezioso, poichè si credeva la città in pericolo d'assalto; nello stesso tempo si moltiplicavano le manifestazioni di lealtà e di devozione all'imperatore.

Leopoldo provvedeva intanto a soffocare la congiura, prima che un gesto disperato dei ribelli sommovesse sul serio il paese. Scrisse a Clemente X una lunga relazione su «tali orribili casi» e vi allegò una lettera inviata dal Frangipani ad un suo seguace per avvertirlo che sarebbe andato in persona dal Pascià di Bosnia al fine di firmare gli accordi presi con il sultano: il Santo Padre vedesse da ciò quale pericolo correva la cristianità per colpa dei due conti e dei loro complici: ma giustizia sarebbe stata fatta, ed esemplare. Quindi convocò i ministri, presidente il principe Lobkowitz, e delegò ad assistervi il generalissimo Raimondo Montecuccoli, grande guerriero e fedelissimo agli Absburgo. Fu deciso di evitare qualsiasi atto che potesse dare al Turco pretesto di entrare nelle provincie meridionali; di annunciare la scoperta della cospirazione a tutte le Corti europee; di attrarre i due cognati fuori dei loro castelli per averli prigionieri; di arrestare i loro seguaci, prima di tutti la contessa Caterina Zrinyi con i figli Ivan, Giuditta e Zora; di tenersi in ogni modo preparati a qualsiasi evento.

Leopoldo pregò poscia il vescovo di Zagabria di trattare in suo nome con i due capeggiatori della ribellione: venissero a Vienna per dibattere il litigio direttamente con l'imperatore: egli era felice di perdonare, purchè ritornassero fedeli.

— Dite a Pietro che farò quanto è umanamente possibile per soddisfarlo, Ditegli «cur non veniat Viennam? Veniat, dicat ita cognato meo, securo venire posset ».

E gli consegnò una lettera per il bano: diceva avesse fiducia nel prelato e fosse certo che la grazia ed il favore imperiale non gli sarebbero falliti mai. Così mentiva Leopoldo, mentre la morte dei congiurati era già decretata.

Lo Zrinyi ed il Frangipani erano allora a Ciakovaz. Ricevettero il vescovo con reverenza e con affetto consentirono a partire alla volta di Vienna senza indugi ma poichè egli aveva pieni poteri, desse loro un salvacondotto: meglio ancora se firmato dall'imperatore. Il prelato acconsenti. Del resto, i due cognati non erano in grado di fare altrimenti: la Croazia li aveva abbandonati; un tentativo di muovere i patrizi e i cittadini di Zagabria ad appoggiarli era caduto al grido di abbasso i traditori): fuggire all'estero non volevano.

Il Frangipani, vinto da foschi presentimenti, scrisse a sua moglie, consigliandola di passare immediatamente in territorio veneto, con il fratellastro di lui, Orfeo Frangipani, e di prendere con sè gioie e danari più che potesse. Il suo strazio si esalava in queste parole:

«... Giulia mia, sarò sempre con il pensiero vicino a te. Unico conforto mi è sapere che ogni giorno nelle tue preghiere includerai il tuo Francesco, il quale non può abbracciarti prima della tua partenza, giacchè ciò non gli concede il clamore del conculcato popolo croato. Oh, come sarei felice di poterti coprire di baci! Dolcezza mia, non piangere! Non piangere, Giulia mia! Ma che dico che tu non pianga? Piangi, Giulia mia, piangi! Addio, anima mia!». 

La contessa obbedi e passò nel Friuli veneto, accolta con il rispetto e con la pietà che le conciliavano le sue sventure.

Intanto lo Zrinyi aveva mandato suo figlio Ivan a Vienna, perchè, scrutato l'animo della Corte e tratto avviso dagli avvenimenti, lo ragguagliasse. Missione che il giovinetto non potè adempiere. Non gli fu permesso di avvicinarsi a Leopoldo; fu tenuto pressochè prigioniero; di lì a qualche giorno si ammalò. Il principe Lobkowitz tuttavia fece avere allo Zrinyi ed al Frangipani salvacondotti in piena regola. Nello stesso tempo, l'imperatore firmava un manifesto ai suoi popoli per giustificare i provvedimenti adottati, ordinando di pubblicarlo appena i due cognati fossero in sua mano. Il proclama esponeva «l'opera crimonosa dei felloni» e parlava delle sciagure che si sarebbero rovesciate sul paese ove l'empio disegno fosse andato ad effetto ». Nominò poi un governatore provvisorio di Zagabria; decretò la confisca dei beni dei congiurati; ingiunse di impadronirsi di tutti i loro castelli e di presidiarli con fortissimo nerbo di soldati; fece catturare dal generale Spandau la moglie e le figlie del bano, le quali, trattate con laido rigore, in breve mancarono persino di camicie. Le orde austriache infuriarono presto nelle provincie croate. Ferdinando della Rovere, capitano di Fiume, narrandone in una lettera le gesta a Buccari, a Portorè, in tutte le cittadine lungo il Carnaro, diceva: «gli abitanti sono peggio tormentati che se fosse venuto il turco. Furono violate tante vergini, sforzate le maritate, spogliate le chiese con sacrilega mano, depredata la stessa casa del vescovo. Α Buccari ogni tanto si muta comandante e d'un uccello affamato di rapina ne mandano uno peggiore ».

Lo Zrinyi e il Frangipani erano già in carcere a Vienna. Arrivati nella capitale austriaca, un segretario del Lobkowitz li aveva salutati cordialmente in nome del ministro e pregati di salire in una carrozza di gala, messa a loro disposizione dalla Corte. Quelle testimonianze di rispetto erano così naturali che i due disgraziati non vi scorsero insidia. Furono accompagnati nel palazzo del conte Nadasdy, assegnato a loro residenza. La notte stessa l'edificio fu circondato dagli alabardieri; la mattina dopo, i ribelli appresero di essere prigionieri di Stato.

Leopoldo esultava. In una lettera scritta in italiano al conte Czernin, narrata la «bella storia», aggiungeva che volentieri gli avrebbe dato i particolari del complotto, però il tempo mi manca, et debbo andare a cena che conta di più ». Una settimana dopo lo informava gaiamente: «già stanno in gabbia et cominciano a cantare». Le notizie che venivano dall'Ungheria, dove Francesco Rakoczy si era posto a capo di diecimila armati, non lo sgomentavano. «Saranno estirpati» diceva. Infatti, la rivolta fu soffocata con poca fatica. La madre del Rakoczy spese centinaia di migliaia di fiorini per salvare il figlio, e vi riuscì. Ma il debole conte Francesco Nadasdy, il quale, pentito delle confessioni fatte con tanto danno dei suoi amici, si era gettato nella mischia, fu colto in un tranello simile all'altro in cui aveva dato lo Zrinyi. Gli fu promesso il perdono se facesse atto di contrizione a Vienna e gli fu inviato un salvacondotto. Cieco, credette. A Pottendorf fu catturato, Caddero ancora in potere degli imperiali il conte Erasmo de Tattenbach e i capitani che avevano negoziato col sultano, mentre il conte Carlo Thun, vicario imperiale a Gorizia, fuggì. Il Palatino d'Ungheria, Francesco Vesselenyi, era morto poco prima della scoperta della congiura.

Gli Stati che avevano promesso armi e danari ai cospiratori, volsero loro le spalle. Peggio ancora: Luigi XIV si congratulò con Leopoldo del fallimento dell' «empia trama»; la Polonia si profuse in affermazioni di gioia e di amicizia; i principi di Germania ebbero parole di fuoco per gli «Hochverraeter». Venezia sola, dignitosamente, tacque.


IV.

Il processo procedeva rapido. L'inchiesta fu compiuta dal giudice barone Hochler nei rispetti dei due cognati e dal conte Rottal nei confronti dei complici. Quindi lo Zrinyi e il Frangipani furono scortati a Wiener Neustadt e rinchiusi nella fortezza.

Leopoldo, che bruciava di ripagarsi delle angoscie sofferte, costituì nell'agosto del 1670 il cosidetto Giudizio delegato, tribunale straordinario dinanzi a cui doveva essere dibattuto il processo, presieduto dallo stesso Hochler, che vi compariva pertanto nelle vesti di accusatore e di giudice. Fu deciso di seguire l'« Ordinamento di Carlo V contro i felloni», codice medioevale, barbarico, che stabiliva le torture più atroci durante gli interrogatori, e i supplizi più crudeli per i condannati. L'atto di accusa, compilato dal procuratore Giorgio Freyen, imputava allo Zrinyi di avere stretto accordi sediziosi con il Vesselenyi e con il Tattenbach, inviato messi a Venezia, in Francia, in Polonia e in Germania per ottenere aiuti; mirato ad insignorirsi di Koprivniza; incitato i soldati ad assalire gli imperiali; sobillato gli ungheresi a ribellarsi; di essere stato, insomma, il ca po della congiura, e, delitto massimo, di avere atteso a stipulare una alleanza con il sultano per proclamarsi re di Croazia e per strappare all'impero più vasti territori ancora. Il Frangipani era accusato di complicità, di essersi voluto impossessare di Zagabria e di altre colpe, tutte di lesa maestà.

I due cognati si difesero energicamente. Negarono innanzitutto al Tribunale il diritto di giudicarli: essi erano croati e dovevano quindi essere tratti davanti ai magistrati croati: l'imperatore non poteva violare le leggi del paese, come non potevano i sudditi: le fondamenta stesse dell'ordine sociale ne sarebbero state scosse. Nei rispetti delle accuse specifiche, giurarono di avere mirato solo a restituire alla Croazia le franchigie toltele senza ragione alcuna, con innegabile arbitrio; a ridare al bano gli antichi diritti carpiti a poco a poco; ad ottenere, infine, quell'accrescimento di poteri e di dignità che Leopoldo medesimo, nell'udienza accordata allo Zrinyi, aveva stimato non ingiusto concedere.

«Si afferma — diceva il bano in un memoriale al sovrano - si afferma che io abbia patteggiato con il Turco. Ma la Maestà Vostra non ignora come io non stipulassi alleanze con i musulmani e non firmassi accordi di sorta. Si possono giudicare le mie opere, non i miei propositi, non i segreti del mio cuore. Io che certo so meglio di ogni altro come stanno le cose; io dichiaro solennemente, pronto a confermare le mie parole con qualunque giuramento si voglia, che non mai ebbi in mente di ribellarmi e di concludere alleanze con il sultano. Mi preparai a difendermi quando sorsero contro di me numerosi nemici. Ammetto di avere inviato il capitano Bukovaz in Turchia, con mie credenziali e con il mio sigillo, ma questo feci a cognizione e con il consenso di Vostra Maestà, la quale mi consigliò anche di tener carteggio con il turco. Oggi vedo che non è prudenza negoziare e affidarsi al trono. E la parola, e la fede, e le molte promesse della Maestà Vostra? Ancorchè fosse evidente la mia volontà di ribellarmi, la parola datami dalla Maestà Vostra dovrebbe rimanere sacra e irrevocabile. Il ministro Lobkowitz mi fece avere un salvacondotto in nome di Vostra Maestà, e non appena ebbi messo piede a Vienna fui arrestato. Tutta la mia famiglia è stata colpita; i miei beni sono stati sequestrati; i miei vassalli saccheggiati; smantellati i miei castelli. La mia famiglia! Mia moglie inferma fu tratta dal suo letto, condotta insieme con le figlie fuori della sua città, gettata in carcere. Si, Maestà, io sono venuto a Vienna perchè chiamatovi, ed ora, nonostante le promesse fattemi, i miei nemici vi chiedono di annientarmi! Sanno essi quanto sangue abbiano versato gli Zrinyi per difendere la Croazia? Mentre gli Zrinyi e i Frangipani facevano la guardia al confine, essi godevano tranquilli riposi. Quale stirpe si onora di avere compiuto per la cristianità e per la Casa imperiale i sacrifici degli Zrinyi? I miei avi fecero il loro dovere in modo che chiunque legge le storie ne ha meraviglia. Il mondo può ammirare le gloriose gesta dei miei antenati; ma chi rinnovarle? E gli Zrinyi finiscono in carcere!... Verrà giorno in cui si vedrà chi fosse disposto a dare maggiore copia di sangue per la fede e per la patria! Pensi la Maestà Vostra ai servizi da noi resi e ricordi la sua sacra parola ».

Il Frangipani nel suo memoriale fu eloquente ed audace come il cognato. Negò di avere cospirato, fosse anche con il pensiero, e rotto fedeltà al monarca; il fatto di avere operato sempre apertamente, pubblicamente, documentava la sincerità delle sue intenzioni; protestò contro l'arresto e contro il trattamento usatogli in carcere: non si faceva peraltro illusioni: «eravamo condannati prima di essere giudicati».

Il processo durò parecchi mesi, fra risposte e repliche, fra accuse e difese. L'impazienza di Leopoldo era estrema di continuo spronava il barone Hochler a farla finita con tante chiacchiere.

Nella seconda metà di aprile il Giudizio straordinario emand la sentenza. Lo Zrinyi e il Frangipani, colpevoli di alto tradimento, erano condannati alla pena di morte perdessero con la vita il grado e l'onore, le loro sostanze fossero confiscate: piacesse all'imperatore confermare il verdetto. Lo stesso tribunale condannò a morte il conte Nadasdy. Il Consiglio segreto ratificò la sentenza ed adottò quindi provvedimenti di pubblica sicurezza per il giorno del supplizio. Il 25 di aprile, Leopoldo con un tratto di penna gettò le tre teste al carnefice.


V.

Il 30 aprile sorse fulgente di sole su Wiener Neustadt. Ma quel limpido cielo contrastava con l'aspetto della città. Le porte erano chiuse e guardate da drappelli di armati; i cannoni del castello erano puntati contro l'abitato; pattuglioni di soldati e di cavalleria percorrevano le strade.

Nella notte era stato eretto il palco infame in mezzo alla piazza maggiore. Sul palco un drappo nero copriva il ceppo. Molti cittadini avevano vegliato a curiosare intorno al boia e ai suoi aiutanti. Non era in nessuno pietà dei condannati: tedeschi e imperiali, gioivano, anzi, del supplizio dei nemici dell'imperatore e dei tedeschi; ciononostante sentivano lo spasimo dell'ora.

Pietro Zrinyi era stato condotto due giorni prima all'Arsenale Così il Frangipani. Sino alla vigilia essi avevano sperato nella cle. menza, del sovrano. Il rigore del carcere non aveva tolto loro animo, benchè fosse indice della fine che li aspettava. Lo Zrinyi aveva implorato invano di poter dare l'estremo addio alla moglie e ai figli. L'unica grazia fattagli era stata quella di tenersi al fianco un suo servitore, come al Frangipani il paggio Bernardino Venier, veneziano, a lui carissimo. Ma potevano scrivere, e il conte di Tersatto dettò alcune poesie, in italiano e in croato, consacrate alla moglie e calde di passione e di dolore, II 28 la porta della cella dello Zrinyi si apri ed entrò il comandante del castello, von Ehr, accompagnato da due magistrati. Costoro sequestrarono tutte le carte del prigioniero, che fu condotto in una sala sotterranea, dove cinquanta alabardieri facevano quadrato. Subito dopo comparvero i delegati del Tribunale di Vienna, i consiglieri della Cancelleria di Corte e i giudici di Wiener Neustadt. Il procuratore imperiale Cristoforo Abele disse allo Zrinyi:

— Siete condannato alla pena di morte. Vi sarà tagliata la mano destra e quindi sarete decapitato. I vostri beni, il vostro onore e la vostra vita appartengono a Sua Maestà. Di voi non rimarrà me moria. La sentenza sarà eseguita dopodomani, giovedì, trentesimo giorno di questo mese di aprile, alle nove antimeridiane. Muoiano così tutti i felloni!

Il giudice Pleyer, di Wiener Neustadt domandò allora gli fosse consegnato il prigioniero per scortarlo all'Arsenale. Il conte fu fatto salire in una carrozza, e, tra alabardieri, arrivò all'ultima stazione del suo calvario. Lungo il percorso era siepe di soldati. Poco dopo anche il Frangipani era trasportato all'Arsenale. Il giorno successi vo i due cognati si rividero alla presenza dei procuratori del tribunale e a patto parlassero in tedesco. Fuincontro commovente. Quei morituri si chiesero perdono del male che reciprocamente si fossero fatti; piansero ricordando le loro famiglie, piombate nel lutto e nella miseria; si abbracciarono e baciarono parecchie volte. Furono separati quasi a forza. Nella notțe lo Zrinyi scrisse alla moglie, invocandone compianto ed oblio, e ponendola «sotto la protezione del padre comune, lei e gli infelici suoi figli ». Nello stesso tempo il Frangipani volava con il pensiero alla sua Giulia: in una lettera straziante, scritta in italiano, lingua del loro amore, le mandava dalla soglia della morte l'estremo saluto e la preghiera di dimenticare i dolori che involontariamente le avesse dato. Moriva col cuore pieno di lei e avrebbe voluto lasciarle un ricordo, ma non aveva nulla, tanto era povero, Salutasse in suo nome il buon conte Orfeo, al quale l'affidava, e rimanesse con lui. Si prendesse cura del paggio Bernardino che lo aveva servito con fervore di figlio. «Senza più, Giulia mia cara! addio; mondo, addio! Io ti vissi affetionato consorte in questo mondo e ti sarò fedelissimo intercessore presso la Maestà divina. Resto per sempre, Giulia mia cara! tuo affetionatissimo e fedelissimo consorte ».

Staccatisi così da ogni pensiero terrestre, passarono le ultime ore in preghiere e in religiose meditazioni. Dormirono anche un paio d'ore vestiti.

Spuntò l'alba. I soldati circondarono il palco. Moltitudine di popolo si addensò dietro di loro. Le finestre della casa erano piene di uomini, di donne, persino di fanciulli. Anche il convento vicino pullulava di gente. Le campane della chiesa suonavano a morto. Alle otto e tre quarti le porte dell'Arsenale si spalancarono. Una funerea processione avanzò salmodiando. Venivano prima i capрuссіni, a due a due, ciascuno con un crocefisso in una mano e con un cero nell'altra; poi il comandante del castello, dieci alabardieri, il conte Zrinyi tra due monaci e il suo servitore; dieci alabardieri chiudevano il corteo. Il carnefice stava accanto al ceppo, con la spada scintillante rivolta a terra. Non avrebbe avuto da spiccare che due teste: all'ultimo momento era giunto da Vienna l'annuncio che l'imperatore, a mostrare la sua magnanimità, aveva fatto grazia ai ribelli del taglio delle mani. Lo Zrinyi consegnò al suo servitore l'anello matrimoniale e un fazzoletto. 

— Bendami gli occhi gli disse con questo fazzoletto che fu ricamato dalla mia Caterina e che le consegnerai come l'anello che ebbe il mio ultimo bacio. 

Quindi s'inginocchio, portò alle labbra il crocefisso, piegò il capo sul ceppo e mormorò: 

— Padre mio, accogli la mia anima!

Un luccichio, un tonfo, un brivido nella folla. Il conte, grondante sangue dal collo orrendamento ferito si rizzò, barcollò e ricadde. Un altro colpo e la testa rotolò a terra.

Il Frangipani fu giustiziato un quarto d'ora dopo. La sua agonia fu spaventevole. Al primo colpo, fu veduto balzare tutto inondato di sangue e cercare con mano convulsa la ferita; al secondo alzarsi e tentare di reggersi; solo al terzo la morte venne a liberarlo dal tremendo martirio. Tutto il palco rosseggiava al sole.

Le salme furono composte in una rozza cassa di legno e sepolte in una fossa comune.

Lo stesso giorno, il conte Nadasdy era decapitato a Vienna.

Il processo contro gli altri congiurati andò per le lunghe. Il conte Tattenbach fu condannato a morte nel novembre del 1671 e l'esecuzione della sentenza avvenne nel dicembre. Il boia non riuscì a troncare il capo dell'infelice che al quarto colpo. Il conte Thun fu arrestato solo alcuni anni dopo e rinchiuso nel castello di Graz, ove morì nel 1689, di fame, I complici minori se la cavarono con la paura: Leopoldo non ci teneva «ai pesciolini», come scrisse giocondamente al conte Czernin.

La commozione suscitata da cotesto dramma fu profonda in tutta Europa ed in particolare in Italia, dove lo Zrinyi e il Frangipani avevano tanti congiunti e tanti amici. A Venezia per un pezzo non si parlò d'altro. Così a Bologna, dove molti rammentavano i due allievi del Collegio croatico. In breve uscirono opuscoli e libri in italiano, in francese, in tedesco a narrare la ribellione e poesie a compianto dei martiri: la Corte di Vienna stimò opportuno opporvi una sua versione opportunamente addomesticata.


VI.

Sulla fossa dei due cognati, fu posta una lapide; monumento di crudeltà, vi erano scolpiti due teschi e la spada del carnefice; l'epitaffio diceva: «Hoc in tumuloiacent comes Petrus Zrinius Banus Croatiaeet Marchio Francisc. Fangipan ultimus familiae. qui quia coccus caecum duxit ambo in hanc foveam ceciderunt. Discite mortales et casu discite nostro observare fidem regibus atque deo. Anno Dom. MDCLXXI Die XXX Apr. hora IX. Ambitionis meta est tumba ».

Ultimo della stirpe! Ma la vendetta di Leopoldo non si placò se non quando tutte e due le famiglie dei miseri furono distrutte. Caterina Zrinyi morì nel 1673 povera ed abbandonata; le figlie, cacciate in convento, assai penarono avanti di ricongiungersi ai genitori nell'eternità; Ivan stette venti anni prigioniero a Graz e spirò in carcere.

Giulia Frangipani, ricoveratasi in territorio veneto, vi fu perseguitata dagli austriaci che l'avrebbero voluta in loro potere. Il principe Lobkowitz parecchie volte chiese alla Serenissima di consegnarla agli imperiali e di consegnare con lei il conte Orfeo; ma San Marco, gelosissimo dei suoi diritti, non cedette; solo quando alle domande si aggiunsero le minaccie e i tentativi di rapimento, consigliò agli esuli di sfuggire alle insidie viennesi, cercando riparo più securo. La Contessa si trasferì pertanto a Roma e prese il velo nel nomastero di Santa Teresa; Orfeo in Francia, ove si perdette ogni sua traccia.

Delle due potentissime case, non rimase che una donna ad alimentare l'odio contro gli Absburgo: Elena Zrinyi, figlia del bano e moglie di Francesco I Rakoczy. Questi, graziato da Leopoldo, visse solitario nel suo castello di Munkacs e, per quanto la donna lo incitasse a riprendere le armi, non volle mettersi in nuove avventure. Morto lui, la principessa si consacrò a rinfocolare nell'animo del figlio, Francesco II, l'aborrimento della tirannide che gravava sulP'Ungheria come non era gravata mai prima. L'imperatore, cancellati nel sangue persino i nomi dei ribelli, ma non il ricordo, aveva ridotto in servitù completa l'Ungheria e la Croazia, facendone semplici provincie soggette a Vienna, nominandovi governatori tedeschi, spremendone denari e soldati eguale cosa era avvenuta in Boemia e in Moravia dopo la battaglia della Montagna Bianca e gli eccidi di Praga. Il malcontento dilagava tra i magiari; la sete di vendetta spingeva alle armi; nel 1713 parve scoccare l'ora della libertà. Il Rakoczy radunò attorno a sè grande numero di nobili, proclamò l'indipendenza della patria e in breve ebbe l'intero paese nel suo campo. Furono pugne eroiche, al suono di quell'inebriante marcia che un Tirteo ignoto lanciò nelle battaglie con impeto travolgente. Ma furono anche lotte disperate. La giornata di Trentschin decise delle sorti dell'Ungheria e la pace di Szatmar la suggellò. Il Rakoczy fuggi a Parigi, dove Luigi XIV lo ricevette generoso, ma poi, a non sdegnare Leopoldo, lo pregò di uscire di Francia. Lo sbandito obbedi e andò a Costantinopoli, dal turco, più umano del Cristianissimo, ove ebbe ospitalità onesta, egli e i suoi, e mori nel 1735. Ultimo anche lui, di una grande tragica epoca. La sua spoglia mortale fu restituita all'Ungheria, regnante Francesco Giuseppe.

I croati chiesero invano che le ossa dello Zrinyi e del Frangipani avessero sepoltura a Zagabria. Ottennero solo che fosse tolta la lapide obbrobriosa e sostituita con una semplice croce e che le ossa fossero raccolte in tomba più degna. Poi suonò l'ora mortale per gli Absburgo e il voto fu sciolto. Leopoldo aveva potuto togliere ai due conti i beni, la vita, tutto. Ma non cancellarne il ricordo, anima della storia e vita dei popoli.



NOTA BIBLIOGRAFICA.

La letteratura su Leopoldo I, la ribellione d' Ungheria e in particolare sui conti Zrinyi e Frangipani è ricchissima. Subito dopo la tragedia apparvero in ogni paese libri e opuscoli contro o a difesa del congiurati, moltissimi scritti per incarico della Corte austriaca; più tardi il dramma di Wiener Neustadt fu trattato quasi unicamente nelle storie come un episodio notevole, si, ma secondario nella tragedia di un'epoca intera. Fra i libri stampati allora da italiani sono da ricordare: «Austriacae Austeritatis Continuatio in quia Processus per Leopoldum

Primum contra Hungaros criminis laese Majestatis accusatos, instituti, iniquitas et illegalitas una cum sanguineo Tribunali ostenditur, a Genuino q. Patriae cive delineata. 1672. Venetiis, Typis Hoeredum Magnanimi, Audacis et Bellicosis. (Anonimo, e probabilmente non stampato a Venezia). Bizozeri Sempliciano: «La sagra lega contro la potenza ottomana; successi delle armi imperiali, polacche, venete e moscovite; assedi e prese di città, piazze e castelli; acquisti di provincie, e di regul; ribellioni et sollevazioni nella monarchia ottomana; origine della ribellione degli Ungari; con tutti gli accidenti successivamente sopraggiunti, dall'anno 1683, sino alla fine del 1689. Racconti veridici brevemente descritti da don Sempliciano Bizozeri dalle Coste, per Marc'Antonio Pandolfo Malatesta stampatore Reg. Cam. In Bologna 16...». Angelini Bontempi Gio. Andrea: «Historia della Ribellione d'Ungheria, di Giov. Andrea Angelini, al molto illustre sig. mio Patron Marco Enzel. Bologna, Giov. Recaldini. 1678». (Dello stesso libro il Bontempi curò edizioni a Dresda e a Milano). Comazzi G. B.: «Istoria di Leopoldo Primo imperatore dei Romani. Vienna, 1689. Montalbo Francesco: «Historia de las guerras de Ungaria. Palermo, 1693». Priorato Gualdo Galeazzo: «Historia di Leopoldo Cesare. In Vienna d'Austria, MDCLXX Appresso Giov. Battista Hacque, Stampator Academico». Idem: «Continuatione dell'Historia di Leopoldo Cesare nella quale si descrive la ribellione di Ungheria e quanto è successo dal principio della con giura sino all'Anno 1676. In Vienna, 1676. Appresso Helena Thurmeyerin, Vedova». Reina Carlo Giuseppe Maria: «Vita et imperio di Leopoldo I. Milano. 1710. Relatione perfetta et veridica delli processi criminali et esecutione delli medesimi, fattasi contro i tre' Conti Francesco Nadasdi, Pietro Di Zrin, et Francesco Frangipani Stampato in Vienna d'Austria da Matheo Cosmerorio, Stampatore di Sua Maestà Cesarea, l'anno 1671. Roncaglia C.: «Vita di Leopoldo Imperatore. Lucca, 1718». 

Nel secolo scorso gli storiografi croati e i letterati pubblicarono molte opere sul dramma di Wiener Neustadt. E' sufficiente citare: 

Valtazar Bogisic: «Acta coniurationem Petri a Zrinyi et Francisci de Frankopan. Zagabriae, 1888». 

«Posljednji Zrinski i Frankopani Zagreb, 1913 (opera fondamentale, di diversi autori, con molte illustrazioni e la bibliografia completa). 

E. Kusmic: «Urota Zrinsko-Frankopana. Zagreb, 1896 (romanzo popolarissimo in tutta la Jugoslavia). 

A. Tresic-Pavisic: «Katarina Zrinski. Zagreb, 1899 (dramma in cinque atti).

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