Raimondo Montecuccoli - Delle Ultime Guerre Nella Ungheria


Opere di Raimondo Montecuccoli

By Raimondo Montecuccoli, 1852, pages 362-


Libro Secondo Aforismi Riflessi Alle Pratiche 

- Delle Ultime Guerre Nella Ungheria



Capo Quarto

Anno 1664,

XL. Non valsero gli sconcerti della campagna trascorsa a farci più cauti nella presente; anzi rigettate le forme metodiche dell'arte, chimericamente disegnarono, e i disegni non colorirono. Egli era dall'imperio giunto un corpo assai considerabile di gente ausiliaria condotta dal conte di Hollach, la quale la buona ragion di guerra voleva che fosse poco lungi dal Danubio alloggiata, presta alla mano da uscir con essa sul primo abbonacciarsi della stagione per tempo in campagna ad operazioni solide e avvantaggiose; ma egli fu proposto di fare una scorreria nell' inverno, mentre che le armi turchesche stavano, ritirate e disgiunte, per dare, dicevano alcuni, il guasto al paese, e impedir loro in tal guisa di rimettersi di nuovo in campo alla primavera. Cotesta proposizione portata in consulta, quanto più a minuto discussa, tanto più insussistente fu giudicata, conciossiachè essendo gli agricoltori del paese cristiani, siccome pur dianzi si disse, la strage e il guasto che vi si fa, prima in lor danno, e più che de' Turchi risulta; poi se ciò si facesse nella raccolta, servirebbe per vantaggio a mandare a male qualche parte di vettovaglie; ma di verno a che pro? i grani son già sotterra seminati; all'erba non si può impedire di crescere a suo tempo, delle case che s'abbruciano nulla curasi il Turco campeggiante sotto le tende; gli incendi delle palanche, de' ponti o d'altro non sono che oppressioni a' poveri villani, cui sta l'obbligo di risarcimento; il condurre via que' villani, il predar que' bestiami reca bensì qualche incomodo al nemico, ma non che vaglia a ritardare, e meno a rompergli il corso delle sue imprese. Conduce egli seco d'altrove le provvigioni, e da lontane parti anticipatamente le invia a riempir magazzini di buon' ora. Cade bensì in emolumento di tal qual privato il bottino, ma alla cosa pubblica nulla rileva; anzi mentre che dalla parte nostra s'abbia disegno e forza d'entrar nel paese ostile per operarci e sussisterci, il distruggerlo non che in pro, ma in nostro gran pregiudizio ridonda, e si fa quello stesso che l'inimico dovrebbe far egli qualunque volta fosse a termine di non poter tenere la campagna oltre che il Turco e il Tartaro con troppo esorbitante usura si ricattano alla lor volta con gl'incendi de' nostri paesi. A che dunque lo strapazzo e lo strazio della soldatesca? Non istà la guerra, come da taluno in piena consulta fu detto (1), nel rubare quattro cammelli o un paio di muli, e nell'abbruciare un pagliaio (2). Si rovescia l'ordine ragionevole delle cose qualunque volta si fa dell' accessorio il principale, ed è cosa degna di annotazione che il gran Visir ebbe per l'appunto il medesimo disegno (3) l'anno 1663, e già aveva da Eseck comandato tre Bassà con ordine d'abbruciare dall' una e dall'altra parte della Drava fino a Buda, e tagliare e fare schiavi tutti quei sudditi cristiani che agli Ungheri contribuiscono, ma furono poi richiamati per intercessione dei soldati turchi confinari, rimostranti che esterminati quei villaggi e quei sudditi non potevano essi più mantenersi.

XLI. L'unanime disapprovazione di questo pensiero non valse però a toglierlo dall' animo di chi se l'era figurato come inspirato dal buon genio tutelare di queste province per redimerle dagl' imminenti pericoli, promettendosi le prodezze di Penula (4), il quale chiese al senato romano cinquemila uomini, vantandosi di voler con essi al primo colpo rompere Annibale.

(1) Hollac in piena consulta presente lo Zrin. M.

(2) Milites a populatione Asiae prohibuit (Alexander), parcendum suis rebus praefatus, nec perdenda ea quae possessuri venerint. CURT., lib. II in suppl. M.

(3) Come riferì il corriere Hoitzal poco avanti citato.

(4) Petit a Patribus, ut sibi quinque millia militum darentur, se perilum et hostis et regionum brevi operae pretium facturum. LIV., lib. XXV, M.


Lasciossi lusingare a si dolce proposizione il senato (1), e invece de' cinquemila richiesti, ottomila combattenti gli diede, ai quali gran numero di volontari si aggiunse. Ma che avvenne? Andò, non vide, e fu al primo colpo disfatto (2); e tale fu della facile credulità il frutto che, rigettato il corpo, all'ombra appigliossi. In simil guisa non si mutò qui il concepito progetto, ma solo il luogo; e furono le suddette truppe dell'imperio allontanate dal Danubio e nella Stiria poste a quartiere. Breve l'indugio; s'accinsero all'impresa; e passando il fiume Mura il venti di gennaio con qualche reggimento alemanno cesareo e coi Croati del Serin, giunsero al ventuno a Bresnitz (3), dove incorporatisi i confinari del Budiani formarono un esercito di otto in novemila Alemanni, e di quindici in sedicimila tra Ungheri e Croati, con dodici pezzetti di artiglieria e un mortaio. Passarono la sera del ventidue il fosso al favor dell'acqua pel freddo rappresa, e di alcune tavole traversate là dove il ghiaccio era alquanto rotto, onde l'inimico a di ventitrè si rese, ed al ventiquattro vi s'impose presidio; quindi la marcia seguì al venticinque, e al ventisette si passò avanti Sighet (4)** in distanza di un tiro di cannone, e si giunse il di ventotto alle Cinque Chiese (5). Presisi quella medesima notte i posti, fu la mattina seguente la città assediata per alcune aperture e forami incontratisi per avventura in quelle mura vecchie e corrotte, e poco difese dall'inimico, il quale si ritirò dentro al castello.


(1) Id non promissum magis stolide, quam stolide creditum; tamquam eaedem militares et imperatoriae artes, essent data pro quinque octo millia militum. Liv., Ibid. M.

(2) Fusa extemplo est romana acies, sed adeo ne fugae quidem iter patuit, omnibus viis ab equite insessis, ut ex tanta multitudine vix mille evaserint. Liv., lib. XXV. M.

(5) Bresnitz è posta sulla riva sinistra della Drava sotto al forte Serin. TR. FR.

(4) Sighet, o Segest. Piccola piazza vicina a Canisia, nella bassa Ungheria. TR. FR.

(5) Cinque chiese. Nome di città posta nella bassa Ungheria, vicino alla Drava; ha un castello ben fortificato, e di difficile accesso a cagione dei monti che lo circondano. TR. FR.


Ci rimase all'attacco la fanteria coll' Hollach, e marciò la cavalleria col Serin al 29 verso il ponte d'Esseck, cui dopo aver egli in parte abbruciato e rovinato, ritrovossi otto giorni dopo di ritorno alle Cinque Chiese. La fama sparse di questo ponte che egli fosse da ottomila passi lungo, e da settanta piedi largo, e d'una struttura maravigliosa non più riedificabile; ma queste erano iperboli di persone oziose e poco pratiche; imperciocchè egli non è altro che uno strato di travi e di fascine poste per pavimento di un gran tratto di strada di natura paludosa e uliginosa, che nelle siccità dell' estate e nei geli del verno suole essere per lo più secca e soda, ma ne' tempi umidi e piovosi, essendovi il terreno molle e traversato di luogo in luogo da alcune fosse cupe, ha bisogno di ponticelli che per congiungere le ripe vi siano fatti sopra; il che in molti altri luoghi della Marca (1), della Pomerania ed altrove similmente si vede.

XLII. Del vano attacco del castello facevansi beffe gli assediati, onde fu dai comandanti Serin e Hollach, dopo molte contese fra loro insorte, levato l'assedio al nove di febbraio, e ripigliando di nuovo la marcia passarono a Segest, luogo che prima di esser investito si rese; e a di quindici trovaronsi nuovamente alla Mura e al forte Serin, dove gli eserciti, accrescendosi vie più sempre i disgusti fra i capi, si separarono (2); nè guari stette che da capo si ricongiunsero per queste mal fondate supposizioni: essere la piazza di Canisia sprovveduta di viveri; facile ad espugnarsi anche di lancio e di primo assalto; fuori di soccorso per la lontananza del Visir, che molto divise avea le sue truppe, e per l’impossibilità del passaggio interrottogli per la tagliata del ponte di Esseck.

(1) Intende la Marca di Brandeburgo. TR. FR.

(2) Populando cum praeda majore, quam gloria, bellum gessit. (C. Aurelius). Liv., lib. XXXI. M.


Un ingegnere (1) poco accorto e men pratico impresse quest' opinione nell' animo del Serin, il quale s'ingegno di persuaderla a quei consiglieri dello stato, e questi, tratti dallo zelo della cosa pubblica e dalla speranza di poter liberarsi da un presidio ostile, che stava a quella provincia come sul collo e a cavaliere, si caldamente ne commendarono con plausibili argomenti l'impresa a Cesare, di soggiorno in quel tempo a Ratisbona, che tutto l'imperio con applauso la concepì, e ne sollecitò con premůra l'esecuzione, determinatosi il giorno dell'otto di marzo per l'attacco, e lo spazio del tempo frapposto sino a quel termine per l'apparecchio de' requisiti necessari.

Non mancarono persone istrutte dell'arte e del fatto, che con solide ragioni s'affaticarono in dissuaderla, rimostrando che la guerra dovea trarsi al Danubio dove con somma facilità si potevano raccozzare tutte le forze e tutti gli apprestamenti, e che l' espugnazione di Strigonia era il colpo maestro; ma fermo si stette sul prime proponimento.

XLIII. Convennerò dunque a Canisia da tutte le parti le soldatesche, condotte le alemanne cesaree dal conte Pietro Strozzi tenente maresciallo, le unghere e le croate dal Serin, e quelle dell' imperio dall'Hollach (2). Altercarono i generali nel dar la parola; ebbero dissensione nella ripartizione de' posti e degli attacchi (3); trovarono la piazza fuori di sorpresa situata infra paludi dove la materia per gli approcci, s'ella era solida e forte per la gravità s' affondava, s' ella era leggiera non poteva resistere ai tiri non solamente de' cannoni e delle spingarde, ma nemmeno de' moschetti;

(1) Wassenhoffen, M.

(2) Altri leggono Hoenlohe.

(5) Tres tribuni militum consulari potestate... documento fuere quamplurium imperium bello inutile esset; tenendo ad sua suisque consilia, quum aliud alii videretur, aperuerunt ad occasionem locum hosti. Lv., lib. IV. M.

e le fascine che in abbondanza si richiedevano furono pochissime; onde in vece di vere lince d'approcci non erano che velami o candellieri, che toglievano la veduta all' inimico bensì, ma non ne riparavano i colpi, da' quali sin dentro alle medesime trincee non si stava sicuro; il perchè molti e molti ufficiali e soldati qual ne' piedi e qual nelle gambe, non che nelle parti più eminenti del corpo vi rimasero feriti e morti. Si che sperimentandosi nell'atto, che senza un attacco formale non si poteva venir a capo dell'opera, fecero instanza gli esecutori d'aver rinforzo di tutte le cose per non dover ritirarsi infruttuosamente dall' impiego. Concesso e somministrato tutto ciò che fu mai possibile di genti, di viveri, di munizioni e di stromenti militari, non per ciò fu la seconda prova più della prima fortunata, atteso che finalmente dopo lungo e inutile travaglio, giunse all' improvviso a di ventidue di maggio ragguaglio, che il Visir, trapassato Esseck, era in marcia verso le Cinque Chiese per soccorrere Canisia, e di lì a poco, cioè al trenta, che gli era omai giunto a Sighet. Cotale inaspettata nuova riempi gli animi di perplessità, accresciuta dalle gagliarde sortite che fecero nel medesimo tempo gli assediati, mettendo più e più volte fuoco nelle trincee de' nostri, che da capo a piedi abbruciarono. Posero gli assediatori in questione se si doveva star forte e far testa nella linea di circonvallazione che avevano fatta; ma si avvisarono che ella in molti luoghi era dominata, in alcuni priva della reciproca comunicazione a cagione di tramezzati paduli, in altri troppo ampia e distesa, nè da potersi guarnire con la soldatesca diminuita, poca, stanca, abbattuta di cuore e di forze; che gli approcci erano parte disfatti, parte imperfetti; e 'l più dei cannoni, dal soverchio tirare troppo allargati nel focone, resi inutili. Considerarono la penuria del pane e de' foraggi; la diversità degli eserciti che suol produrre lentezza, disubbidienza e discordia, l'inimico forte di quarantamila uomini e di cento pezzi d'artiglieria; e, come negli infelici successi avviene, l'un sull'altro rigettava la colpa. Laonde presero risoluzione di richiamare all' infretta i presidii da Bresnitza e da Babocza (1), abbandonati ed inceneriti, e il primo di giugno sul far della notte si ritirarono di sotto Canisia, e quivi lasciando addietro munizioni, granate e vari stromenti, levarono frettolosamente l'assedio, che meglio d'un milione d'oro costato avea.

XLIV. Seguitò l'inimico il nostro esercito, che ritiratosi al forte Serin, e forzato di ripassare sul destro lato della Mura, lasciò al Turco il vantaggio del bosco per ricoprirsi, della collina per comandare oltre il fiume, e della via piana e aperta all'attacco del forte, difficile e chiusa a sostenerlo.

XLV. Volarono queste novelle alla corte, che tutt'altre attendevale. Premeala il male, e del peggio temeva; onde stimò doversi dare altra forma alle cose. A me per corriero espresso giunse ordine a di quattro di giugno, dalla propria mano di Cesare scritto (nè saprei dire quale a me fosse più acuto stimolo la forza, o la soavità dell'imperio): essere appunto successo quello di che io era stato pur troppo presago; comandavami S. M. che io mi portassi incontinente, sulle poste a quell'esercito a reggerne la capitananza poichè il carattere del mio carico acria tolto la parità del comando (2), quale io dovessi in me assumere. Spacciatosene perciò le ordinanze, si ordinò di rinforzare quelle armi col far marciare appresso e in tutta diligenza quella poca soldatesca che stava intorno al Danubio, di rimediar al disordine, rimettere le cose alla meglio, far guerra all'occhio, e provvedere alla salute pubblica. Alla prontezza dell'ossequio la debolezza delle forze opponevasi.

(1) Babocza e Babotzka. Piccola piazza a metà della via da Canisia a Sigeth: giace al confluente della Rimnia nella Drava, ed è circondata da paludi. TR. FR.

(2) Delectus est M. Aletus e Praetoriis, ne consulari abtinente Asiam, aemulatio inter pares, et ex eo impedimentum oriretur. TAC., Ann., lib. II. M.  L'emulazione di Corbulone e di Peto fu della costui sconfitta cagione. Vedi Tacito negli Annali, 1. XV. M.


La più scelta, e più gran parte della soldatesca veterana da un continuo seguito di patimenti, di malattie, e di cattivi successi, nuda e di cuore abbattuta, erasi a pochissimo numero ridotta. Della milizia nuova, rozza, a gran pena conoscente le insegne, poco capitale potevasi fare. Vedevasi all'incontro il Turco numeroso, fresco, altiero del soccorso di Canisia. Vedevasi la campagna sconcertata; conciossiachè, buona parte della stagione trascorsa, erasi tratta la sede della guerra in parti difficili e disavvantaggiose, dove nè i magazzini erano apprestati (fattisi lungo il Danubio), nè le condotte possibili per la malagevolezza e lunghezza delle strade, e per la strettezza del tempo, nè la congiunzione delle genti dell'imperio e di Francia se non tardi e con incomodo riuscibile. Nè pareva oltre a ciò cosa giusta che io avessi da porre il ripieno del mio alle trame degli altri, nè sopra gli altrui fondamenti fabbricare; dove se gli avvenimenti fossero in onore successi, perchè io usurparlo? e se in ignominia, perchè incaricarmene ? Prevalse però ad ogni altra considerazione un'obbedienza a chiusi occhi, colla quale se non la gloria de' successi, quella almeno dell'ossequio si conseguiva. Partii il dì otto da Vienna, conferii a Gratz (1) con quei ministri, e giunsi il quindici di giugno nel campo.

XLVI. Trovai il forte Serin attaccato e battuto; lo Strozzi ucciso in una scaramuccia in cui valorosamente respinse il Turco, che di superare le mura tentava; l'armata (infelice spettacolo!) consumata, priva di ufficiali, la maggior parte feriti o infermi, e debolissima. Avevasi a difendere il forte, il transito del fiume per spazio di più leghe, onde la gente non potea, si poca ell'era, darsi lo scambio nelle trincee. La ripa sinistra occupata dall'inimico era montuosa, dominante, fornita di boschi, e con seni della riviera ricurvi in suo comodo; l'opposta da noi tenuta era bassa, piana, nuda, scoperta e comandata.

(1) La capitale della Stiria. TR. FR.


Mancavano le munizioni da guerra e da bocca e se la Stiria aveale a gran pena fornite in tempo quieto, e coll'inimico lontano, alla soldatesca che ci fu per l'addietro, come ora far ciò nella confusione degli animi, a maggior numero di gente, sotto gli occhi del Turco? Fu già questo forte eretto per ricoprire come un ridotto campale la testa d'un ponte che dava il passaggio sulla Mura verso Canisia, e ciò per assicurare le spalle alle truppe che in tempo di pace scorrendo a predare, perseguitate dal Turco nel ritirarsi, quivi si ricoveravano col bottino per ripassare il fiume a lor bell'agio; laonde il luogo di nulla importanza; non avea fosso, nè corridore, nè forma, nè fianchi per essere le difese delle corna brevissime, l'orizzonte basso e declive, il terrapieno alto, strettissimo, predominato da una eminenza dove il Turco piantò batterie, senza terra all'indentro, e senza spazio; aperto in ambedue i lati non prodotti sino all' acqua. ma dalle ripe del fiume disgiunti, e perciò non meno esposti ad essere espugnati la prima ora dell'attacco che all'ultima; inabile alle sortite à cagion del sito e delle colline imminenti; angusto, dove molta gente non capiva senza confondersi e impedirsi l'un l'altra, nè poca bastava a difenderlo. Standosi nel forte si domandava dove egli fosse. L'intitolarono per comun nome i soldati l'ovile. L'armata turchesca lo assaliva con tutte le forze unite; dove la cristiana se non con poche, e per parti diverse poteva resisterle, costrette a passare filando su di un ponte veduto, imboccato, e continuamente dall' inimico battuto. Soglionsi i fortini così fatti, che alcun fiume dalla comunicazione delle proprie forze divide, in somiglianti congiunture per comun regola, senza ostinarvisi alla difesa, spianarsi ed abbandonarsi per non perdere mal a proposito insieme col forte la gente, siccome il barone d'Avangour, gentiluomo francese di lunga esperienza militare fin oltre ne' paesi stranieri fuori d'Europa acquistata, avea più volte consigliato di fare, obbligandosi di ripigliarlo con poca pena tosto che il Turco se ne fosse coll'esercito discostato, ovvero di costruirne in otto giorni di tempo un altro migliore. Il che fu per anco stabilito due anni prima dal consiglio supremo aulico di guerra, quando sul principio della fabbrica di esso fattosi riconoscere dal colonnello e supremo ingegnere Holst, e che egli ne ebbe riferite le qualità, fu concluso, che entrandosi in guerra, niuna fattasi riflessione al forte quasi esso non fosse, o si mantenesse, o si abbandonasse come in più acconcio fosse tornato alla positura delle armi ed alla disposizione della guerra. Nulladimeno si per compiacere al Serin, che n'era vago e nell' impegno si ritrovava, e vie più per guadagnar tempo di adunare le forze cristiane, che da più bande concorrevano, senza le quali non si poteva formar corpo da porre a fronte del Turco, e per tenerlo qui intanto occupato acciocchè ei perdesse gente e cavalli, ed altrove non operasse, si prese risoluzione di difenderlo fino all'estremo.

XLVII. Il che per lungo spazio di tempo fu eseguito con fossi, pozzi, contrammine, fornelli, capponiere, cofani, tagliate, fianchi coperti, traverse, palizzate, alloggiamenti interrati, fogade, sortite, bombe seppellite o gittate dentro gli approcci, granate a mano e a mortaio, contrabbatterie, fuochi artifiziati, e simili altre invenzioni dell'arte. Si rinfrescò e si cambiò ogni giorno la soldatesca nel forte, acciocchè ella potesse meglio reggere alle molte fatiche e veglie. Così fu anche mutato il conte Jacopo Leslie, tenente-colonnello del reggimento Spick, il quale vi fu dal principio posto al comando, e poi rilevato dal Tasso, tenente-colonnello del reggimento Strozzi, giacchè i collegati a' quali di ragione e per lo convenuto toccava la volta, si scusarono di farlo. Si dispose ordinatamente la difesa della Mura, assegnandosi a ciaschedun corpo la distanza che egli doveva con guardie e con trincee assicurare; cioè agl' imperiali lo spazio della confluenza della Mura e della Drava sino a rimpetto del forte; dal forte sino a Cotariba (Kotoriba) ai collegati; da Cotariba all' insù agli aiduchi de' conti Serin, Nadasti e Budiani. Si ordinò una grossa sortita di duemila dugento fanti alemanni e cinquecento aiduchi per la mattina del ventidue un'ora avanti giorno; ma la pioggia tutta la notte precedente caduta rese il terreno e l'erta del monte, si liscia, lubrica ed impraticabile, che ne impedì l'esecuzione, la quale differita al giorno seguente del ventitrè, fu di nuovo frastornata a cagione d'un soldato, che disertando la sera innanzi, e trasfuggitosi dal forte al nemico tradi e rivelò l'impresa; essendosi veduto il Turco rinforzar le guardie non meno alla testa degli approcci cou dodici insegne di più del consueto, che quelle ancora della cavalleria ; accidente forse per minor male dei nostri occorso. Imperciocchè a chiunque considera l'angustia dello spazio donde dovea salire sulla costa del monte la nostra gente e la qualità delle linee dell' inimico profondissime, serrate e congiunte insieme col corpo tutto dei giannizzeri unito, evidentissimo appare il rischio d'una pessima riuscita. Si consultò di nuovo come pur tentar si potesse qualche cosa di rilievo contro al nemico, e fu di comune consenso conchiuso, che l'attaccarlo nel suo posto e di fronte con gente poca di numéro, debole di forza e d'animo, e il superare in sua presenza e sotto i suoi occhi il fiume, la costa del monte, il bosco e le tagliate che egli ci aveva fatte, era temerario partito; ma più imprudente e da arrischiarvi la somma delle cose era l'altro di passare due volte la Drava, l'una dietro al campo, l'altra sotto la confluenza d'amendue i fiumi a Dernis, e poi assalirlo nel suo posto, e lasciar intanto le trincee lungo la Mura o intieramente sprovvedute o leggermente guarnite. Vedeasi a tutte ore sforzarsi l'inimico di passare a noi e di attaccarci; perchè dunque, s'egli si stimava bene di azzuffarsi con lui, perchè non lasciarlo passare e riceverlo ne'nostri vantaggi anzi che cercarlo ne'suoi? Che insomma bisognava aspettare la congiunzione della gente ausiliaria che era per istrada, quella dell'imperio col marchese Leopoldo di Baden e la francese col conte di Coligny; che senza cotale unione qualunque impresa si tentasse, anzi follia e furore che virtù (1) e bravura saria reputata;

(1) Virtù contro furore.  Prenderà l'armi, e 'fia 'l combatter corto.

e l'attaccar posti e luoghi fortificati, e il combattere di piè fermo non esser mestiero degli Ungheri e de' Croati, il cui proprio pregio si è la velocità e la vigilanza (4). Noti erano per se stessi argomenti si chiari, e nessuno sapea contraddirci, se non se tale cui fu l'unico intento, che le armi (senza punto calergli se con buona o mala for tuna) tosto di colà uscissero, e che per non essersi mai ritrovato in battaglia la si figurava come un armeggiamento di giostra, o torneo, o come una zuffa di cavalleria di leggier conseguenza; o che impaziente delle fatiche e delle cure dava per isfuggire il disagio in pusillanime disperazione, e volea precipitare (2) negli estremi, e mendicar precipizi, allegando che a'soldati confinarii mancavano le provvigioni seco portate e consumate, e che non usi a campeggiare avean essi compito al tempo e all'obbligo di starsi fuori dei loro presidii e delle loro case, tanto diminuiti, che non potevano più far le guardie; come se le congiunture della guerra e de'tempi agli uomini, e non questi a quelle (3) dovessero accomodarsi, e si avesse per delizia a cozzare col capo nel muro (4), o che per occulti fini al pubblico bene il privato affetto anteponendo si avesse con animo lieto veduto volentieri gir di male in peggio le cose (5).

(1) Pugna romana stabilis, et suo et armorum pondere incumbentium in hostem: concursatio et velocitas illinc major, quam vis. Liv., lib. XXX. M.

(2) Dimicationi propter animi mollitiem studere omnes videbat (Vercingetorix), quod diutius laborem ferre non possent. Cæs., Bell. Gall., lib. VII. M.

(3) Consilia magis res dant hominibus, quam homines rebus. Liv., lib. XXXII. M.

(4) Quid ruimus belluarum ritu in perniciem non necessariam ? Fortium virorum est magis mortem contemnere, quam odisse vitam. CURT., lib. V. M.

(5) Hanno . . . domum nostram, quando alia re non potuit, ruina Carthaginis oppressit. Liv., lib. XXX, M. Suasit primo Consuli, ne tam iniquo loco confligeret. Victus deinde complurium, qui et prudentiae ejus et virtuti invidebant, sententiis, et ipse saltum ingressus est (ubi), sicut praedixerat, fusus fugatusque (est) romanus exercitus. Liv., Epit., lib. XLIX. M.


XLVIII. Intanto l'inimico diede al ventisette di giugno un furioso assalto alla mezzaluna del forte, e ne fu respinto con perdita di molta gente d'amendue le parti. Si affaticò, e fece l'estremo di sua potenza tanto per espugnare il forte, quanto negli ordigni e nelle macchine per valicar la Mura; ma nell'uno e nell'altro tentativo incontrò sempre valorosa resistenza; finchè a di ventinove essendosi egli tant'oltre avanzato sotto il forte, che l'artiglieria non poteva più offenderlo, abbruciate le palizzate che servivano di riparo, e appressandosi vie più sui lati dove la linea non era serrata, nè continuata sino al fiume, come si disse, ridotte le cose all'estremo, scrissero tutti gli uffiziali maggiori d'Avan-gour, Tasso, Bemberg, Buttler, Rossi: che essi avevano concluso di ritirar la guardia dal fossó, da tutte le parti investita, prima che ella ne venisse cacciata a forza, e portasse negli altri la confusione e il terrore, e di ritirare eziandio il cannone. A dì trenta di buon mattino fece l'inimico giuocar una mina all'angolo del rivellino (vi ci trovammo appunto io ed il maresciallo di campo Spaar presenti), in quella rovina alloggiandosi, pigliando posto ne' lati da nessun fianco scoperti, ed ivi con rondacce e fascine ricoprendosi. Or come si vide non rimanerci più altra resistenza che la semplice tagliata di un picciol fosso, ed una palizzata, diedesi ordine al Tasso, che quando egli conoscesse di non poter più difendere quel riparo, dovesse per tempo far mettere il fuoco ne' legnami e nelle casucce che vi erano; far ritirar addietro i soldati, fare scoppiar le mine già cariche; distruggere il luogo (pratiche comuni nelle opere esteriori di ogni piazza quando esse non possono più mantenersi); ritirar la guarnigione di qua del ponte, e poi rovinarlo; pigliando soprattutto cura che troppo folta la gente non si affollasse talmente insieme che si impedissero gli uni cogli altri, e cagionassero confusione. Giudicò il comandante di poterlo tenere sino al giorno seguente; ma non si tosto fummo di colà usciti e giunti nel campo io e lo Spaar, che l' inimico assaltò e sfrozò con si furioso impeto il suddetto trinceramento, che i difensori postisi in confusione ed in fuga senza dar tempo di rovinare nè il forte, nè il ponte, disordinatamente, e con perdita di molti ufficiali, e di presso a ottocento uomini, corsero chi sul ponte, che per soverchio peso si ruppe, chi a nuoto alla ripa opposta del fiume dove era il nostro campo. Chimerizzarono alcuni che il forte si fosse a bello studio lasciato perdere: sottigliezza non meno acuta di quella degli Ateniesi dubitanti non avesse il re Filippo lasciatosi apposta morire per ingannarli. Di gran rettorica avrebbe fatto mestiere a persuadere a tante e si diverse persone di lasciarsi tagliare a pezzi per nulla.

XLIX. Non tralasciò il Turco l'opportunità di tentare per ogni verso in quella confusione il passaggio della Mura; ma la difesa già prima antiveduta, ed eventualmente disposta, con tanto vigore successe, che dopo due grosse ore di fiero combattimento restò l'inimico, che gran gente vi perdette, del suo intento frustarto. Rinnovò poi più volte gli sforzi, prevalendosi de' suoi gran vantaggi e de' materiali che gli somministrava la selva; mentre a rimpetto l'esercito cristiano in sito basso, in campagna rasa e scoperta stavasi a qualunque insulto esposto. Onde con nuova industria fece di mestieri tirar per la campagna linee molto larghe e profonde, le quali, principiate ad aprirsi sin ne' quartieri del campo, givano a comunicarsi ed a sboccare in quelle fatte nell'istesso modo lungo il fiume, dove in vece de' ridotti soliti, imboccati dalle altezze opposte, si fecero cupe caldaie, che alla veduta dell'inimico e ai colpi dell'artiglieria occultavano la gente.

L. Conoscendo finalmente il Visir di non potere spuntare l'intento, minò al sette di luglio il forte, e l'abbruciò, e spianò interamente, manifestando con questo atto in qual pregio egli il tenesse non servendosene in conto alcuno; anzi quel Bassà, che d'ordine del Visir il riconobbe, riferi: il forte non valer nulla, ed averci egli per ischerno non so che dentro operato, che troppo vergogna sarebbe a ridirlo. Fece il giorno seguente vista di marciare e non marciò, pensando per avventura di sedurci con tale apparenza a muoverci di quindi, ed a lasciar liberi i passi della Mura per dar egli poi volta, e d'improvviso occuparli. Il Budiani però co' suoi Ungheri marciò verso i suoi confini, avendosi dubitato che l'inimico a quella parte si volgesse. Intanto stettesi sino a di dodici in continuo esercizio tirandosi coll'artiglieria e co' moschetti incessantemente d' un campo nell'altro. In questo mezzo che della somma delle cose quivi si guerreggiava, il principe de' Valachi co' suoi, e con alcuni Tartari e Turchi raccozzati da' loro presidii dai Bassà di Buda e di Neuhausel, assali Lewentz, il qual luogo messosi sulla difesa fu a di ventinove di luglio dal maresciallo di campo Souches, e dal tenentemaresciallo Heister, e da altri, colla sconfitta del Valaco, soccorso (1); professando d'aver egli a bello studio agevolata la vittoria a' Cristiani per lo zelo che egli si era già da gran tempo a lor pro posto in cuore; il che pare, essendogli stato levato dal Turco a questo titolo il principato, e convenutogli ricoverarsi nei regni cesarei dove sin ora onorata provvigione per suo piatto riceve. Il di dodici di buon mattino marciò il Visir verso Canisia. Se gli spedirono appresso alcune partite di cavalleria, che sopraggiuntene alcune della sua retroguardia, le batterono, e fecero de' prigioni, per la cui lingua e per altre congetture si giudicò poter egli o rinfrescarsi a coperto del lago Balaton (2),

(1) Raccontò che egli aveva ottomila de' suoi, quattromila Tartari, e da cinque in seicento Turchi; che a bello studio aveva prima mandato fuori i Tartari ad epredare, e che indi, data volta co' suoi nel conflitto, lasciò in preda a' nostri que' pochi Turchi che seco furono. M. Parla del principe Giorgio Giska.

(2) Lago nella bassa Ungheria, lungo venti leghe, e otto largo. Giace tra Vesprino e Canisia, TR. FR.


ponendoselo in fronte, o lasciandoselo alle spalle marciar per la via de' confini a distruggere in passando quelle palanche, e a porré assedio a Giavarino (1); ovvero marciar a dirittura al fiume Raab per guadagnarne il passaggio, e quindi innoltrarsi verso Sopronio (2) e Neustat (3) nell'Austria; o da Canisia dar volta e ritornar di nuovo alla Mura, quando le armi cristiane se ne fossero allontanate.

LI. Fattasi perciò una disposizione adeguata ad opporsi a qualunque di sì fatti disegni, si marciò non prima del quattordici per assicurarsi dalle finte; si lasciarono addietro a Cotariba, e a Legarat (4) tre reggimenti di dragoni, fanti e cavalli per custodir quelle parti; si andò all'incontro della gente ausiliaria e dell'artiglieria verso il fiume Raab per affrettarne l'unione, fatta la quale si potesse con fondamento, e con buona ragione di guerra fronteggiar l'inimico, il quale se per avventura si fosse impegnato sotto Giavarino, o qualche altra piazza, sariasi alle armi cristiane accresciuto questo vantaggio d'assalirlo nell' impegno e di combattere con tutti i nostri contro una parte de' suoi. Si passò a Neuhoff (5) la Mura a dì sedici, e al diciassette fecesi la congiunzione coll'esercito dell'imperio; poi rinforzatosi il presidio di Nempti (6) si piegò verso Olmitz (7) (speditosi innanzi a dirittura verso Zachan (8) il Nadasti co' suoi Ungheri ad unirsi col Budiani, a custodir con esso lui que' passaggi, e ad incoraggiar la gente paesana sino all'arrivo dell'esercito) dove le forze francesi similmente s'unirono.

(1) Giavarino chiamasi pure Raab, ed è posta al confluente della Raab Col Danubio. TR. FR.

(2) Altrimenti Oedembourg. Piccola piazza della bassa Ungheria sulle frontiere della Stiria e dell' Ungheria. TR. FR.

(3) Piazza forte dell' Austria bassa, sulle frontiere dell' Ungheria. TR. FR.

(4) Legarat o Legard. Città della Schiavonia, sulla Drava. TR. FR. (5) Neuhoff. Villaggio dieci leghe lontano dal luogo ove la Mura congiunge le sue acque con quelle della Drava. TR. FR.

(6) Nempti, è posto sul cammino da Neuhoff a San Gottardo. TR. FR.

(7) Olmitz o Olsnitz. Piazza della bassa Ungheria, sulla frontiera della Stiria. TR. FR.

(8) Zachan. Luogo tra Kerment e S. Gottardo, sulla riva della Raab. TR. FR.


LII. Ma provandosi che non ostante qualunque più esquisita diligenza l'esercito procedeva lentamente a cagione delle strade rotte, de' passaggi stretti, delle paludi, della stanchezza dei pedoni, degl'infermi e degli smontati, accresciuta dalla penuria del pane; e considerandosi che all' inimico restava in tal guisa troppo campo di prevenirci (come già si aveva lingua essersi egli avanzato con un corpo della sua cavalleria), e che dal non lasciarsi prevenire tutta la somma del negozio dipendeva, attesochè passato il nemico una volta il Raab tutto il nostro vantaggio era ito in fumo, la linea della corrispondenza tagliata, i paesi interiori da spavento invasi, e l'armata atterrita, e da per sè a sbandarsi disposta, presesi perciò consiglio (stando già in sicuro la fanteria, e le artiglierie in sito, come quello ove erano, montuoso, e di boschi e di stretti ripieno) d'avanzarsi colla cavalleria, co' dragoni, e con qualche pezzetto di campagna per opporsegli al transito del Raab, e per tagliarlo a tergo se egli, separato dalla sua fanteria, fosse per avventura gito oltre. Così marciandosi il ventiquattro verso S. Gottardo, posto donde scoprivasi la Stiria e l'Austria, porgeasi calore a Kerment (1) e a Sarwar, aveasi in vantaggio il fiume dinanzi a sè, e osservavansi le azioni dell'inimico al cui moto si regolavano le nostre. Si che avutasi lingua al venticinque, che quindicimila cavalli de' suoi, dall'esercito separati stavano intorno a Sarwar, si marciò ratto colà, postisi innanzi nella vanguardia i dragoni col reggimento dei Croati del Kuschenitz avvezzi per molti anni addietro a militare nelle guerre germaniche. Opportunamente si giunse il di ventisei a Kerment, perchè il Visir giustamente in quel punto tentò il passaggio e ne fu ributtato, e la notte innanzi il colonnello dei Croati uscito in partita aveva battuto i Tartari, ma poi nel perseguitarli intoppò nei giannizzeri, che il ripercossero.

(1) Kerment. Piccola piazza della bassa Ungheria, sulla Raab. TR. FR.


A di ventisette intorno il meriggio il Visir fece da capo grande sforzo per valicare il Raab, il che pure valorosamente gli fu impedito. Al di ventotto di buon'ora appiccò egli il fuoco al suo campo, e marciò all'insù contro la corrente del fiume, e rinnovò il tentativo di passare a Zachan dove dalla vanguardia de' Cesarei fu con. gran valore e con suo danno respinto. A di ventinove marciò egli più in su verso S. Gottardo; l'armata cristiana il costeggiò, e qui la nostra cavalleria alla fanteria si congiunse. A di trenta fermi stettero amendue i campi presso S. Gottardo l'uno rimpetto all'altro, fiume tramezzo, giuocandosi continuamente col cannone. Si dispose la forma della battaglia nella quale l'armata di Cesare teneva il corno destro, quella dell'imperio il mezzo, e i collegati e i Francesi il corno sinistro. Furono a tutti distribuiti per iscritto e in disegno i punti da osservarsi nella ordinanza, e nel combattere, come qui appresso.


LIII. Punti da osservarsi nella battaglia, pubblicati a di trenta luglio 1664:

1. L'esercito sarà schierato in battaglia nella forma del disegno.

2. Le picche a quattro di fondo con due file di moschettieri dinanzi a loro, facciano il battaglione di sei di fondo, e tutto il resto di fronte.

3. A canto a ciascheduno squadrone di cavalli (4) siano posti plotoni, ovvero maniche di ventiquattro in trenta moschettieri l'una, le quali, se dopo fatte le salve, fossero per avventura strettamente investite, ritirinsi al favore de' più vicini battaglioni.

4. La moschetteria non faccia tutta insieme una salva, ma compartasi in modo, che una o due file per volta sparando, i tiri siano continui, e quando l’ultima di esse ha dato fuoco, abbia la prima ricaricato.

(1) Romani, cum Campanis equitibus nullo modo pares essent, excogitarunt, ut delectos ex toto exercitu qui velocissimi videbantur . . . parmulis non amplis, et galericulis, gladiisque armare, eosque adjunctos equitibus usque ad moenia provchi. FRONTIN., Stratag., lib IV. M.


5. Lo stesso deesi osservare nello sparar l'artiglierie. 6. Siano le distanze, così per fianco come per tergo, tanto nel postarsi quanto nell'avanzarsi, per ischivare ogni confusione, esattamente tenute.

7. La cavalleria grave non si separi mai dalla fanteria per seguitar l'inimico, dalla cui primiera fuga non lasci punto adescarsi, ma tutta la battaglia in grosso, piede a piede unitamente lo incalzi; ed essendovi cavalleria leggiera, essa il carichi, allorchè ei volga le spalle, pei vôti degli intervalli, e scontrando ostacolo troppo forte, per quegli stessi vôti a salvarsi ritorni.

8. Nessuno, a pena d'infamia e di morte, si dia a bottinare sinchè l'oste turchesca non sia intieramente battuta e messa in rotta, e che i nostri non siano padroni del campo rimasti.

9. Non curar punto, nè lasciarsi smarrire dagli urli e dalle grida de' barbari, o dalla numerosa apparenza composta in gran parte di gente vile, disarmata e canaglia.

10. Gli squadroni di riserva soccorrano opportunamente e senza confusione gli altri che ne hanno bisogno.

11. Ognuno si trovi a combattere sotto la sua insegna, nè si mescoli tra il bagaglio, a pena d'infamia e di

morte.

12. Ogni capo, favellando con parole ardite ai suoi soldati, al combattimento gli accenda.

13. Nel marciare conservi ciascheduno il medesimo posto ed ordine nel quale egli è, senza darsi alcun cambio, insino tanto che si sta in presenza e a veduta dell'inimico, cioè: o si marcia in battaglia di fronte, o per corpi gli uni dietro agli altri, o per colonne, secondo che la situazione del paese spazioso o angusto il permetterà.

14. Il bagaglio, dove siano strade comode, marcierà a ricoperto a canto dell'armata, e, non essendovene, alla coda di quella.

LIV. Quanto ben tornasse aver tramezzati i battaglioni agli squadroni, coperte le picche coi moschetti e questi con quelle (1) per tirar salve continue senza altro moto di evoluzione o conversione, disposte le guardie, i soccorsi, le riserve e gli aiuti in modo che nè gli attacchi finti, nè gli allarmi falsi, che furono non pochi, ci avessero potuto ingannare, nè ai veri fossero mancate le debite resistenze, il successo della giornata il fece indi a poco toccar con mano. Imperciocchè a di trentuno si trasse l'inimico a mezza lega sopra S. Gottardo, e nel marciare tentò di passare per un guado capevole d' uno squadrone intiero di fronte, e vi passò effettivamente, cominciando a ricoprirvisi con alzar terra. Ma i dragoni cesarei del corno destro (2), che con qualche cavalleria comandata erano di vanguardia, il ributtarono indietro con suo gran danno.

'LV. Il giorno primo d'agosto intorno alle nove ore del mattino fece l'inimico i suoi attacchi dirimpetto agli aiuti dell'impero occupando a forza il passaggio del fiume, che egli aveva già la notte antecedente incominciato a valicare, senza che le guardie (cui obbligo èra non solamente di vegliarci con occhio indefesso, ma di fortificarvisi ancora nel modo ordinato) se ne fossero accorte. Poca attenzione in vero di taluno (3) che stimò soverchio il fortificarvisi, giacchè si era determinato di combattere l'inimico (4), nè considerava il buon uomo,

(1) Dum sincerum equestre praelium, erat multitudo Massiliorum, ingentia agmina Syphace emittente, sustinere vix poterat; deinde, ut pedes romanus, repentino per turmas suas viam dantes intercursu, stabilem aciem fecit, absterruitque effuse invehentem se se hostem: primo barbari segnius permillere equos, deinde stare ac prope turbari novo genere pugnae: postremo non pediti solum cedere, sed ne equitem quidem sustinere praesidio audentem. Liv., lib. XXX. M.

(2) Qui cornibus pracerant, extendere ea jussi, ita ut nec circumvenirentur, si arctius starent, nec tamen mediam aciem exinanirent. CURTIUS. lib. IV. M.

(3) I Waldek. M.

(4) Hoc et natura prius est, tua quum defenderis, aliena ire oppugnatum. Liv., lib. XXVII. M.


che voleasi combattere bensì, ma con vantaggio, a grado nostro, non a piacer suo, ordinati avvertitamente, non confusamente sorpresi (1), e la sorpresa ai nostri di grande sbigottimento cagione: onde si venne finalmente ad un combattimento generale. Durò il fatto d'arme sette ore continue, fiero, sanguinoso, e gran pezzo dubbioso; ma alla fine rimase la vittoria a' Cristiani, i quali battendo l' inimico, dentro al fiume il respinsero, e si resero padroni del campo e d'alcuni pezzi di cannone, onde meglio che sedicimila uomini del Turco, la migliore e più scelta gente che egli avesse a piedi e a cavallo, vi rimasero estinti nella guisa che segue.

LVI. Videsi il primo d'agosto sull' alba uscir dal campo turchesco alcuni mila cavalli, che indussero a credere volessero assalire le guardie e i reggimenti della nostra ala destra, onde fu incontinente spedito colà lo Sporck con mille cavalli alemanni, con dragoni e Croati per rinforzar quell'ala, e per osservare ogni altro tentativo dell' inimico; ma come si riconobbe che essi erano foraggieri, passò lo Sporck oltre il fiume, assali e disfece quel convoglio con preda di molti cavalli, muli e bagaglio. In questo tempo (era la nona del mattino a un di presso) calò il Visir con tutte le sue forze schierate in battaglia sulla riva del fiume in luogo a lui molto comodo, dove l'acqua non più di dieci in dodici passi larga con tortuoso corso formava un angolo verso lui rientrante ed avvantaggioso. Fece egli quivi i suoi attacchi, e forzò i passaggi come si disse pur dianzi. Era toccata la guardia e difesa di quel posto, situato come nel mezzo del campo, a quei dell' imperio in conformità del concertato, che quella delle armate che era disposta nel mezzo della battaglia, anche il mezzo del campo dinanzi a sè custodisse; alla cesarea, che formava il corno destro, la difesa di quel fianco; ed a quella dei collegati e de' Francesi sul corno manco; pur la cura del fianco sinistro addossata restasse.

(1) Satis cito incipi victoriam ratus (Paullinus), ubi provisum foret, ne vincerentur. Tac., Hist., lib. II. M.

.

Cotesta distinzione dei corpi (1) fu adeguata alla ragione di guerra confermata dalla pratica di Spagna e di Olanda, che ciascuna delle nazioni si ponga da per sè dalle altre distinta (2), acciocchè una lodevole emulazione a gareggiare nella sollecitudine e nella bravura le accenda; alla qual cosa ebbe per avventura riguardo all' imperio, quando nel concedere la gente ausiliaria desiderò che ciascun corpo avesse le sue cose a parte; tutto opportunamente quivi osservatosi, dove la gente veterana cesarea e francese venne sulle ale (punto da cui per l'ordinario incominciano le conquiste o le perdite (3) delle battaglie), e la collettizia dell' imperio venne posta nel mezzo,, sito più di tutti sicuro.

LVII. Egli fu di più concertato che in bisogno straordinario, e dove un corpo d'esercito solo non fosse bastevole a mantenere il suo posto, vi accorressero intal caso gli altri, o parte o tutti, al soccorso, non già ciecamente, e al primo allarme (avria potuto l'inimico assalire da più bande in un tratto, siccome egli pur fece, e toccar falsi allarmi per far correre qua e là inutilmente la soldatesca, mettendola fuori di linea e di ordinanza, ed a nessuno era giusto toglier l'onore di difendere il suo posto per quanto egli avesse potuto), ma bensì a misura delle urgenti necessità: laonde quivi scorgendosi lo sforzo grande del Visir, v'accorsero di volo in aiuto i contigui reggimenti cesarei, Schmit di cavallería, Nassau e Kilmanseck di fanteria; e scesero anche da' loro padiglioni alcune truppe dell'imperio per aiutare a' compagni.

(1) Batavi, Transrhenanique, quo discreta virtus manifestius speclaretur, sibi quaeque gens consistunt, eminus lacessentes. TAC., Hist., lib. IV. M.

(2) Pedites his plurium gentium non mixtas, sed suae quisque nationis junxerant copias. CURT. lib. IV. M.

(3) Utrinque equite nudata erat Punica acies; quum pedes concurrit, nec spe, nec viribus jam par. Liv., lib. XXX. M.


Ma tra che la potenza dell' oste fu oltremodo gagliarda ed impetuosa, passatane già gran parte occultamente la notte avanti, e che molta della nostra gente era inesperta e nuova, avvenne che, appena a fronte dell'inimico giunta, diede a dietro, e voltando le spalle cedette il campo, onde fu dal nemico, che con gran caldezza perseguitolla sino alla falda del monte e fra le bagaglie, ricacciata e messa in grande scompiglio, nel quale anche il battaglione di Nassau fu tagliato ed egli morto, lo Schmit ferito, il suo reggimento disordinato.

LVII. Aggiungasi che per essere stata l'armata quattro giorni continui senza foraggio, convenne di necessità dar permissione alla sera antecedente di foraggiar quella mattina; onde erano molti foraggieri usciti innanzi giorno. E sebbene la licenza era concessa con queste precauzioni, che i valletti soli uscissero dal campo, e di quella cavalleria, che non aveva garzoni un terzo solo senza più foraggiasse; che il resto nel campo tenesse i cavalli sellati e presti; e che al primo segno ritornassero i foraggieri d'un volo agli stendardi; in ogni modo seguì si improvviso l'allarme, e si male ubbidito fu l'ordine o per terrore mal concepito, o qualunque fosse la causa, che pochi d'essi vidersi ritornare al campo, il quale per ciò restò molto deserto, e videsi insieme per conseguenza posta sull'orlo del precipizio ed in estremo pericolo la salute pubblica e la somma delle cose. Qui fu taluno, che in atto d'uomo disperato colla spada nuda in pugno, verso di me rivolto esclamò: operare indegnamente i soldati; tutto essere irremediabilmente perduto. Al che io, che egli si confortasse, risposi, non aver noi ancora tratto fuori le spade; non giungere impremeditato il caso; che ogni cosa andria bene. Ed in questo dire presi dei reggimenti cesarei La-Cron, Spaar, Tasso a piedi, Lorena e Schneidau a cavallo, che colà verso avanzavano, raccozzata altresì dal marchese di Baden gente fresca del corpo dell' imperio, li condussi a caricar nel fianco il nemico, cui sostenutane prima, indi rottane la furia, respinsero in fine e menarono battendo sino in ripa del fiume, dando agio al reggimento dello Schmit, e a quegli altri dell' imperio di raccogliersi, riposarsi e riordinarsi. Rimasero in quest' atto tagliati fuora, e in certe casette rinchiusi alcuni pochi Giannizzeri, che vollero innanzi soffrire di lasciarsi quivi ab, bruciare che arrendersi. Ostinazione degna di riflessione e d'ammirazione.


LIX, Non rallentava nè punto ně poco il Visir di far sempre più passare maggior numero de' suoi sulla nostra ripa; sicchè vedendosi allora quivi ridotta tutta la mole delle forze turchesche, ed i nostri per la grande disparità delle forze impotenti a resistere, tostamente mandai il cavaliere maltese Machau al generale francese, dicendo, essere venuto il tempo in conformità dell' appuntato d'assisterei, siccome istantemente ne lo pregava. Laonde egli non senza alcuna difficoltà inviò da mille fanti in due battaglioni, e da seicento cavalli in quattro squadroni, gli uni guidati da La- Feuillade, gli altri da Beauvezé, i quali ai miei ordini presenta, tisi, e dalla mia viva voce ricevutili (1), furono da loro valorosamente eseguiti. Laonde accresciutisi quivi i rinforzi dei Francesi e de' collegati, e de' reggimenti cesarei Spilck, e Pio a piede, e Rapack a cavallo, andavansi restituendo le cose. Si rinforzava intanto vie più l'inimico ne' posti occupati, e nel medesimo tempo, mezz'ora di strada più in su, valicò egli il fiume con molta cavalleria, e con altra mostrossi ancor più a basso in atto di voler passar oltre; il che se a lui riuscito fosse, restava il campo circondato (2) alle spalle, e l'esercito cristiano infallibilmente battuto.

(1) « En foi de gentilhomme et de soldat soyez persuadé que » ceux qui se sont trouvés à S. Gothard avoueront partout qu'une >> action aussi éclatante pour notre nation, est due à votre pru>>dence consommée, que notre bonne fortune a mis en exécution » sous les ordres reçus de la propre bouche d'un si grand capi»taine. » 16 octobre. LA FEUILLADE. M. È questo uno squarcio di lettera del general francese Montecuccoli.

(2) Afri circa jam` cornua fuerant; irruentibusque incaute in medium Romanis circumdedere alas: mox cornus extendendo, elgusere et ab tergo hostes. Liv., lib, XXII, M.


LX. In tal pericoloso frangente convenne mettere l'ultima posta, e pigliar l'estrema risoluzione in tal guisa: alla parte superiore del fiume s'opposero i reggimenti di cavalleria cesarea Montecuccoli e Sporck, unico resto di tutte le riserve; e nella parte inferiore di quello si presentarono le truppe de' collegati e de' Francesi, che fecero tener briglia all' inimico, il quale ristette. Quivi nel mezzo, dove era tutta la somma delle cose, e nessun tempo da perdere si dava, perocchè il Turco quando più s'indugiava, tanto più forte postavasi, dopo aver io riconosciuto e fatto riconoscere la comodità e il sito, e la di lui positura, disposi e ordinai l'attacco di concerto con le altre persone generali (1), ed accorgendomi io che alcuni pensavano quindi andarsene (2) e che molti avevano già abbandonato il campo, ed altri allo stesso fine fatto caricare le loro salmerie (3), io dissi loro: Nessuna via aprirsi alla nostra salute se non la virtù de' nostri animi e delle nostre destre; doversi assalir l'inimico con tutte le forze, e fare l'estremo di nostra potenza per cacciarnelo via; e quando ciò anche appieno riuscito non fosse, doversi in ogni modo fermar qui il piede, pigliarci posto, e cogliere immortali o gli allori, o i cipressi, ottenere gloriosi trionfi o funerali, o vincere o morire. E così detto, ed accolte più che io non mi sperava le mie parole, ci scagliammo sull' inimico da tutte le parti e con tutte le forze ad un tratto e ad un medesimo segno, che fu un grido universale di tutte le voci alla foggia dei barbari coll' arte loro delusi. I reggimenti cesarei Spilck, Pio, Tasso, Schneidau, Lorena, Rapack alla destra; la soldatesca dell' imperio, particolarmente del circolo di Svevia, nel mezzo;

(1) Baden, Hollac, Coligny, La-Feuillade, e quei dell’esercito cesareo. M.

(2) Ignavissimus quisque, et, ut res docuit in periculo non ausurus, nimii verbis, lingua feroces. TAC, Hist., lib. I. M. Illi, ante discrimen feroces, in periculo pavidi … non arma noscere, non ordines sequi, non in unum consulere. Tic., Hist., lib. I. M.

(3) I francesi e quei dell'Imperio. M.


i Francesi alla sinistra; tutti in forma di mezza-luna investirono da fronte e dai lati con tale risoluzione e vigore il nemico, che egli forzato fu non solamente ad abbandonare con grande strage de' suoi il terreno ove si era rintrincerato, ma a pigliar ancora disordinatamente la fuga (1) ed a gettarsi dentro l'acqua per salvarsi all'altra ripa; e ciò con tanta confusione e spavento, che affollandosi (2) nella strettezza del transito, e l'uno l'altro urtando e sospingendo (3), quelli tutti che campati di morte dalla mischia erano fuggiti, precipitati nel fiume si sommersero.

Con pari felicità sconfisse lo Sporck la cavalleria ostile (4), grande uccisione facendone; siccome anche tutte le altre turme turchesche che tentarono il passo anche più sopra, furono dai Croati e dragoni cesarei disfatte; e perciocchè l'artiglieria del nemico, che era piantata di là dal fiume sulla ripa opposta, veniva incessantemente dalla nostra moschetteria bersagliata, gli convenne abbandonarla; il perchè alcuni de' nostri, a nuoto passando, parte ne inchiodarono, e parte ne rovesciarono dentro le acque che venne poscia tutta ripigliata e condotta nell' esercito.

LXI. Fu la zuffa sanguinosa, fiera e dubbiosa, e durò dalle nove ore del mattino sino alle quattro dopo il meriggio. Molti furono i morti e i feriti in ambedue gli eserciti (5); ma dal lato de' Turchi in particolare, dove peri non già la milizia imbelle, ausiliaria e fugace, ma la propria e più agguerrita e feroce, quei Giannizzeri (6), quegli Albanesi,

(1) Extemplo in fugam omnes versi. Liv., lib. XXX. M.

(2) In arctum compulsi (Carpesii), quum vix movendis armis satis spatii esset, corona hostium cincti, ad multum diei caeduntur. Liv., lib. XXIII. M.

(5) Neque enim poterat patescere acies. TAC., Hist., lib. IV. M. (4) Caeduntur in portis suometipsi agmine in arcto haerentes. LIV., lib. XXXIV. M.

(5) Nec Romanis incruenta victoria fuit. Liv., lib. XXXV. M.' (6) Ordinem hunc Janizarorum primus instituit Amurathes, nec ab eo tempore unquam in praelio victi, dissipati ant caesi leguntur, sed contra, re jam desperata, victoriam perditam recuperasse, et reliquo jam dissipato exercitu, suo interventu victoriam ex hostium manibus extorsisse. Loniger., Turc. hist., lib. I. M.


quegli Spahi e quei principali capi di Costantinopoli che sono scudo e spada dell'impero ottomano, e con tanta loro strage che poche simili se ne raccontano nelle istorie, cioè che un tal corpo insieme unito sia stato battuto in campagna (1). Molti stendardi e bandiere furono per noi conquistate, e ricchissimo ne fu il bottino di arnesi dorati e d'argento, di danari, di sciabole, cavalli, armi gioiellate, vesti preziose e molte altre siffatte cose; e per lungo tempo dappoi ne'cadaveri o da sè a galla venuti, o con rampiconi tratti alla ripa, sempre nuove prede si ripescavano,

LXII. La mattina seguente furono rese solennissime grazie al Datore delle vittorie, la cui misericordia dai nostri voti, e più dalla implorata intercessione della santissima Vergine sollecitata e mossa a pietà confermò gli animi (2), fortificò le destre de' suoi devoti (3) e per-. cosse visibilmente il Turco (4).


(1) Nec Scipioni aut eum Syphace inconditae barbariae rege, qui Statorius semilixa ducere exercitus solitus fuit, aut cum socero ejus Asdrubale, fugacissimo duce, rem futuram, aut tumultuariis exercitibus ex agrestium semiermi turba subito collectis, sed cum Annibale. Liv., lib. XXX.

O te beatum, Pompej, qui cum tabulis bello Mithridatico decertans, Magni et existimationem et nomen adeptus es! APP. ALESS., Bello civili, lib. II.

Quam virtutem (Scipionis) et Cato in Senatu sic prosecutus est, ut diceret, qui in Africa militarent, umbras militare, Scipionem sigèrè. Liv., Epit., lib. XLIX,

Mihi quidem tres victoriae Annibalis, ad Trebiam, ad Trasymenum, ad Cannas, omnibus rebus gestis Alexandri longe praeponendae videntur. Quid enim? has iste de egregiis bellatoribus tulit; illi cum inertibus Asiae populis negotium fuit. BusBBQ., Ep. IV. M.

Con queste citazioni intese il Montecuccoli di vendicare a sè quella lode che forse' l' invidia de' cortigiani malignando gli riflutava.

(2) Confirma me, Domine Deus Israel, respice in hac hora ad opera manuum mearum, ut hoc quod credens per te fieri posse cogitavi perficiam. JUDITH., cap. XIII. M.

(3) Benedictus Dominus Deus praelium, et digitos meos ad haeus, qui docet manus meas ad Psalmus CXLIII. M.

(4) Dextera tua, Domine, magnificatà est in fortitudine; dextera tua percussit inimicum. EXOD., c. XV. M.


LXIII. Di sommo aiuto fu l'aver situata la gente meno esperta nel mezzo, e la veterana, nella quale si confidava più, sull' estremità della battaglia, atteso che l'inimico attacco non solamente nel mezzo, ma ancora sui lati, e passò quivi il Raab; dove se la resistenza de' pochi contro i molti non l'avesse sostenuto e cacciato, tutto l'esercito restava infallibilmente circuito e preso ne'fianchi e nelle spalle, e messo in rotta; e però facea mestiere che quei pochi, i quali dovevano colla virtù supplire al difetto del numero, fossero d'un intiero valore sperimentato ed abituato. Oltre che gli aiuti delle estremità al mezzo potevano per la coerenza essere subitamente dati da ambedue le ale, come successe, il che dall'una all'altra estremità per la soverchia distanza riuscir non potea.

LXIV. Con tutto ciò in quanto pericolo stesse la giornata di perdersi, pur troppo il fece conoscere la fuga e la confusione de' primi, l'intrepido combattere de'Giannizzeri e degli Albanesi, che ancor sormontati non mai chiesero quartiere, nè domandarono la vita, l'essere stato il fatto d'arme per un grande spazio come un flusso e riflusso d'onda marina spingente e respinta, ambiguo ed incerto (1) per difetto della polvere a poche libbre ridotta. Quindi restò autenticato l'assioma: Non doversi correre ciecamente e senza aver ben bilanciate le forze (2) a sottoporre la somma delle cose al capriccio della fortuna e d'una buona o mala giornata.


(1) Anceps ergo pugna nunc séquentium, nunc fugientium in multum dici varium certamen extraxit. CURT., lib. VIII. M. 

(2) In aciem exire non audebat novo milite, et ex multis generibus hominum collecto, nec dum noto satis inter se, ut fidére alii aliis possent. Liv., lib. XXXV. M.


Conciossiachè se in vantaggio si grande di sito, di tempo e d'altre circostanze stette in bilancia la vittoria, che saria egli stato in sito pari o disavvantaggioso? I più tristi uomini son quelli che sogliono fare maggiore strepito (1), poichè non avendo essi mai fatto prova di se medesimi, non conoscono se stessi, e fuori del pericolo che ignorano, temerari, nel pericolo timidi (2) si confondono (3). Certo è che in si grave materia l'errare due volte non lice (4), e dopo il fatto il pentirsi o l'incolpar questi e quegli nulla giova. Fermezza e presenza d'animo ben si richiede per accudire in ogni luogo, ascoltare e badar a tutto (5), non anteporre i cicalecci del volgo alla salute pubblica, e cogliere tal congiuntura (6) che senza mettere in compromesso ogni cosa, si avesse potuto far colpo che valesse (7) assai, perchè l'arrischiare a perder molto e ad acquistar poco non fu giammai sano partito.


(1) Se, quo die hostem vidisset, bellum perfecturum. Liv., lib. XXII. M. Parole del console Varrone.

(2) Sabinus festinatum temere praelium pari formidine deseruit. TACIT., Hist., lib. IV. M.

(3) Pompejus saepe, ut dicebatur, querens tantum se opinionem fefellisse, ut a quo genere hominum victoriam sperasset, ab eo initio fugæ facto, pene proditus videretur. Cæs.,Bell. Civ., lib. III. M.

(4) Nec eventus modo hoc docet; stultorum iste magister est; sed eadem ratio, quae fuit, futuraque, donec aeedem res manebunt, immutabilis est. Liv., lib. XXII. M.

(5) Si quando quid Pompejus tardius aut consideratius faceret, unius esse negotium diei, sed illum delectari imperio . . . dicerent. Cæs., Bell. Civ., lib. III. M.

(6) Pompejus semper spectans, si iniquis locis Caesar se subjiceret. CAS., Bell. Civ., lib. III. M.

(7) Sed ea de causa faciebat (Sabinus), quod cum tanta multitudine hostium . . . nisi aequo loco, aut opportunitate aliqua data legato dimicandum non existimabat. Cæs., Bell. Gall., lib. III. M,


LXV. Si pensò a proseguir la vittoria, e ad incalzar l'inimico rotto e sbigottito, molto ben ricordevoli.del rimprovero già fatto ad Annibale (1); ma il fiume tra due; l'acqua talmente ingrossata che bisognò la mattina seguente ritirar le guardie da' posti presso le ripe del fiume già inondate per le orribili piogge sopravvenute appunto dopo il combattimento; trentamila cavalli dell' inimico stati spettatori della zuffa senza più ora freschi ed interi; la penuria del pane e della munizione che finì insieme col finirsi le ultime scariche; la diminuzione della soldatesca, stanca e talmente dispersa che ella non si trovava sufficiente alle guardie più necessarie e consuete, ne differirono l'effetto. Oltre che il nemico non levò già il campo, ma solo il restrinse fino al giorno del cinque e del sei d'agosto che egli volse la marcia verso Kerment sulla sponda destra del fiume, onde noi lungo la sinistra costeggiando il seguitammo non senza grandissime difficoltà, per essere le acque della Lauffnitz e della Pinka (2) smisuratamente cresciute e portatine via i ponti.

LXVI. Giuntosi presso Kerment il nove di agosto, io proposi in consulta, e ne rinnovai la proposizione al di undici, che la congiuntura non poteva esser più destra di passar oltre il Raab con tutto l'esercito, o con gente scelta comandata ad assalire il retroguardo del nemico e proseguir la vittoria; ma fu unanimemente risposto essere impossibile di strascinarsi dietro i soldati se prima non riposavano; mancare il pane e i foraggi, base d'ogni buon disegno; convenire ingolfarsi in siti paludosi, e, se le piogge avessero continuato, inestricabili; doversi prima rinfrescare la gente stanca, poca, ferita, inferma, dismontata, ne' contorni di Oedemburgo; unir la dispersa, trarre la vecchia fuor delle piazze, aggiuntar bene e stabilir le cose dell'annona, poi gir verso l'inimico, e combatterlo con tutte le forze unite, non già con gente comandata, avendo la soldatesca ausiliaria ordine preciso di non mai separarsi d'insieme.


(1) Tum Maharbal: Vincere scis, Annibal, victoria uti nescis. Liv., lib. XXII. M.

(2) Lauffritz, riviera che mette foce nella Raab a S. Gottardo. Pinka, fiumicello che scorre sulla sinistra del Danubio, lungo la strada che da S. Gottardo mena Oedemburgo. TR. FR. ·


Laonde dietro il nemico per osservarlo fu allora spedito solamente il Nadasti cogli Ungheri, rinforzato dei Croati e de' dragoni, e di sei pezzetti di campagna, e in quella che il Turco moveasi verso Alba Reale, l'esercito nostro lungo la Pinka e la Gunz (1) verso Oedemburgo pian piano si trasse; e preso quivi per alquanti giorni › rinfresco, fu con gente dall'imperio nuovamente venuta, e dal principe Ulrico di Wirtemberg condotta, e con una bellissima artiglieria degli arsenali cesarei rinforzato.

LXVII. L'imperatore intanto ragguagliato della vittoria riportatasi, sonimo grado n'ebbe, e dopo le solite allegrezze e ringraziamenti a Dio, con li divini uffici e con lo sparo dell'artiglieria nella sua propria residenza di Vienna celebratisi, ringraziò con lettere di sua mano scritte, e a me per lo recapito trasmesse, quegli uffi ciali maggiori, in attestazione e commendazione del cui valore io dianzi avea scritto, ed a questi io le consegnai, i quali poi d'altri regali ancora dall' augusta sua mano furono onorati. Io per me due clementissime lettere ne ricevei scritte di proprio pugno nell'italiano idioma, tesoro a me preziosissimo, e la più degna me moria che io possa tramandare ai miei posteri (2). Oltre a ciò piacquegli onorarmi sul campo istesso delle fatiche di un insigne guiderdone (3), dichiarandomi luogotenente generale delle sue armi cesaree, carico: degnissimo in sè, ambito da principi, ed esaltato di pregio per essere seguito sul fatto in segno del merito. A tutti fu dato un mese di paga, giubilo universale del l'esercito e premio delle fatiche.

(1) Gunz, e Guntz, fiume che ha la fonte nell' Austria bassa e la foce nella Raab, nel luogo ove giace la città di Sarvar. TR. FR. 

(2) Vedi la traduzionė d'una di queste lettere al fine del li bro, pag. 399,

(3) Il a été plus glorieux au maréchal de la Meilleraye d'être honoré par le roi du bâton de maréchal de France à la vue de toute l'armée conquérante, et sur la brêche de la ville d'Esdin, laquelle il venoit de soumettre à son maître (l'an 1642), qu'il ne l'auroit été de le recevoir secrétement dans le cabinet.  — Traité de guerre. M.


LXVIII. Rinfrescato che fu l'esercito, e stante la lingua avutasi dell' inimico che egli fosse ad Alba Reale accampato, dove aveva ricevuto un soccorso di dodici in quindicimila uomini di gente asiatica, si mosse l'e sercito al di ventinove, e riprese verso Altemburgo-diUngheria la marcia, col disegno di portarsi più oltre verso Giavarino e per far la guerra all'occhio (4). Nè guari stette, che sul principio di settembre ebbesi ayviso che il Visir era marciato da Alba Reale a Strigo nia, e che quivi con tutte le forze sulla riva sinistra del Danubio passato egli era. Per lo che l'esercito cristiano si portò similmente da Altemburgo-di-Ungheria a Possonio, dove passato il ponte, direttamente andò a postarsi sul Vago per fronteggiar l'inimico e porglisi in faccia. E per ciò fare si ebbero a raccozzare insieme tutte le forze possibili, facendo venire dalla Schutt il generale Heister, dove egli con alcune truppe accampato era, il quale a dì quindici si congiunse coll'armata capitale, siccome fece il Nadasti con gli Ungheri, Croati e dragoni che stati ano in traccia dell'inimico come pur dianzi si disse. E non fu senza ammirazione del Visir, il quale ebbe a dire: Aver noi spiriti famigliari che i suoi disegni ci rivelassero. Conciossiachè quantunque volte egli pensava operare alcuna cosa, tante trovavasi da noi prevenuto, come nella finta che egli usò di levar il campo dal forte Serin, nella marcia im provvisa che egli prese a Kerment, nel tentativo di Zachan, nelle contrarie marce or all'in su, or all'in giù della riviera, nei falsi allarmi, e in tante altre, sì che egli dall' impazienza e dall' ira sospinto si precipitò a passar nel luogo ove mal gliene prese.

LXIX. La difficoltà ed intoppo maggiore fu sempre il difetto de' foraggi, del pane e delle condotte con incre

(1) In arena consilium. Ex Senec., Epist. Lips. in V. Pol. M


dibile sorpresa ed implacabile disdegno del mondo tutto di veder perire l'armata, ed interrompersi le imprese per mancanza di viveri in tanta comodità del fiume fra i nostri presidii, in paesi per natura abbondanti, in negozio di sì grande importanza e da sì lunga mano previsto, per mera scioperaggine, timidità e infingardia di coloro a cui per debito d'ufficio cotesta cura apparteneva; eppure non si lasciarono giammai vedere dall'esercito. E più da maravigliarsi ancora che da' ministri1 principali fosse tal negligenza senza castigo sofferta, non ostante che la soldatesca ausiliaria strepitasse e protestasse di non poter far più un passo, nè in modo alcuno adoperarsi senza essere primieramente assicurata del pane, de' foraggi e delle condotte fin dentro al campo, e dei luoghi da lasciarvi addietro gli ammalati. 

LXX. Intanto riseppesi a di ventisei che il Visir era venuto ad accamparsi a Neuhausel, e che aveva disegno di portarsi di colà a Nitria; onde per ricoprire quei contorni, e prevenirlo o riscontrarlo, marciò l'esercito verso Freystat, dove sopra il Vago era il ponte assai forte per passarvi eziandio il cannone, e a un quartos di lega ivi presso accampossi, formandosi l'ordine della battaglia. Stavasi per ripigliare la via di Nitria, dove sfuggendosi le pianure comode per la cavalleria turchesca avevasi il vantaggio de' siti montuosi e boscherecci, e si assicuravano le città montane, le miniere, le piazze, le entrate ne' paesi, e dove o l'inimico saria venuto a dar di petto nella nostra armata fornita allora® d'una bellissima artiglieria, e perciò ad essere molto meglio che a S. Gottardo accolto (1), o questa stessa armata saria gita a favore e lungo il fiume Nitria con ogni sicurezza ad investire il suo esercito, o a tagliargli infallibilmente i viveri alle spalle dal lato di Strigonia.

1) … Ductorque placebat,
Non qui praecipiti traheret simul omnia cusu,
Sed qui maturo vel laeta vel aspera rerum.
Consilio momenta regens, nec tristibus impar,
Nec pro successu nimius, spatiumque morandi,
Vincendique modum mutatis nosset habenis.
CLAUDIAN., De bell. Get. M.


Ma perchè l'esercito non poteva inoltrarsi senza aver seco provvigione di pane per alcuni giorni, e perciò bisognava necessariamente aspettarne la condotta da Possonio, per cui già si era spedito, e si calcolava poter giungere nel campo a di ventinove o trenta, restò stabilita la marcia oltre il Vago al primo di ottobre.

LXXI. In questa attenzione degli animi, colmi di brio fuori degli occhi scintillante, e nelle árdimentose pa-> role espresso, giunsero lettere del residente cesareo Reiniger (durante il corso della guerra fu egli sempre dal Visir ritenuto a canto a sè) nelle quali scrisse che il Turco chiedea la pace (4), umiliazione insolita al fasto barbaro; che egli aveva inibito dal lato suo gli atti d'ostilità, e che desiderava che lo stesso si facesse dal nostro; sopra di che vennero poi gli ordini cesarei di pubblicare, come si fece, la sospensione delle armi, la quale poscia in una tregua di venti anni a terminare si venne. Onde a di tre e quattro d'ottobre si separarono d'insieme gli eserciti, è al Danubio appressandosi, la comodità del tetto e la facilità delle condotte per la corrente dell'acqua acquistaronsi.

LXXII. Quante difficoltà (2) (lasciando or quelle addietro che per la parte dell'inimico insorsero, e le altre dure condizioni pretese, che le piazze da occuparsi non cadessero in sola possessione di Cesare; che la pace non si facesse senza il consenso de' soccorrenti, nè senza l' inclusione de' Moldavi, de' Valachi e d'altri) si attraversassero alle buone operazioni, quanta industria e petto abbia fatto mestiere per superarle, quanta fortuna abbia influito agli auspicii cesarei, e quanta sia stata la grazia del cielo per favorirne i successi, chiunque ha lume d'intelletto chiaramente se'l vede. Let armi, parte distrutte per le morti, le fughe e le malattie de' soldati, parte distratte e tutte sconcertate e sconnesse;

(1) Quum P. Scipio in eam necessitatem compulisset hostes, ut supplices pacem peterent. Liv., lib. XXX. M.

(2) Sed tunc acrius in castris quam in campo; nostro cum milite, quam cum Numantino praeliandum fuit. FLOR., lib. II. M.


le vettovaglie, i foraggi, le condotte e le munizioni sempre manchevoli; le persone principali degli ufficii del commissariato de' viveri e della pagatoria (1) sempre assenti; i puntigli, le competenze, le discrepanze della volontà di tanti capi-generali e corpi di varie dipendenze, religioni ed interessi (2), cose a tutti notorie, ne fanno a chi le considera ampia testimonianza. E come può mai conseguirsi in tale stato di cose l'unità degli ordini, il segreto delle deliberazioni, la prestezza e la facilità del risolvere e dell'eseguire, che sono l'anima delle operazioni militari? Ognuno ha le sue opinioni ed istruzioni, ognuno vuol valere qualche cosa, e narra il fatto come gli torna a conto, come il capisce, scrive, esclama, mormora e si lamenta. Le private corrispondenze, come cosa perniciosissima, e cagione d'ogni confusione, scandali e inconvenienze, già per editto espresso dagl'imperatori con somma sapienza proibite (siccome anche dagli Olandesi nella loro flotta l'anno 1666 vietate), furono anzi qui fomentate, stimolate, gratificate.

Quali licenze si pigliassero poi alcuni diametralmenté opposte alle regole militari, Iddio il sa! Tale vi fu che, comandato di fortificare il suo posto, se ne fece beffe; benchè tosto restasse egli il beffato; chi ordinato di . tenere marciando una strada ne prese suo talento un'altra; e chi ritirò le guardie dai posti a lui confidati con evidente pericolo di pubblico infortunio; chi per essere un poco dal cannone nemico bersagliato nei suoi alloggiamenti, quantunque facile ne fosse il riparo col levar innanzi a sè alcun parapetto, disloggiò per capriccio, e discontinuando la linea del campo, lasciò tal vôto ed apertura fra mezzo che gran danno succedere ne poteva; chi al maggior uopo, e nel fervor dell' azione ebbe in animo di ritirar la sua gente col pretesto che il posto a lui non toccasse;

(1) La cassa militare.

(2) Utque exercitu, vario linguis moribus, cui cives, socii, externi interessent, diversae cupidines et aliud cuique fas, nec quidquam inlicitum. Tac. Hist., lib. III. M. Oka


e chi di fatto la ritirò; qualunque volta marciando facea mestiere di separare il bagaglio dalle truppe, acciocchè non facesse imbarazzo e confusione, mai non ci fu mezzo di farlo praticare da alquanti di loro. Nel consiglio opinavano alcuni una cosa che fuori di là ne diceano un' altra, e ne scrivevano una totalmente diversa. Cose tutte da rendere un capo di guerra frenetico e disperato, e nulla meglio sariami successo, se alle piaghe dell'animo, al trasportamento degli spiriti quasi deliranti non fossero del continuo stati opposti preziosissimi balsami, elisiri e soavissimi sedativi dell'Archeo (1), cioè a dire, se le clementissime lettere di proprio pugno di Cesare, le quali, a tutte le ore confermando la riconoscenza, il grado e la piena soddisfazione di tutto ciò che alla giornata succedeva, e la condotta d'ogni cosa a me liberamente confidando, non avessero ogni nuvolo di rammarico dissipato dal cuore e 'l sereno e la calma in lui rimenato* (2). Questa industria d'un Cesare, allor che non aveva ancora trent'anni di età (3), diede saggio dell'impareggiabile sodezza del suo ingegno, maturità nel giudizio e prontezza nello spirito, rare doti invero nei principi ardenti dal bollor del sangue, stuzzicati da critiche riferte di fuori, mormorazioni nella corte, e censure nel gabinetto di ministri politici che affettano di far il soldato e non lo sanno nè anche teoricamente. L'inalterabile dunque confidenza di sua maestà Cesarea verso di me, valse a raffermarmi nella massima di Fabio Massimo:

(1) Archeo, secondo i principii della scuola fisica di que' tempi, era l'essenza della vita, la vitalità universale, l'anima motrice. Il Montecuccoli paga anch'esso un tributo al suo secolo.

(2) Il tratto racchiuso fra i due asterischi manca affatto nel manuscritto della casa Montecuccoli.

(3) L'Imperatore Leopoldo, nato il 9 di giugno, 1640. TR. FR.

Rumores populi qui non tulit anțe salutem (1),*


fra gli accidenti inseparabili dagli eserciti composti di più genti ausiliarie (2), che quai corpi eterogenei difficilmente nell'identità, alle grandi imprese necessaria 'insieme si uniscono. E ben fortunato, la Dio mercè può riputarsi non men di Annibale, che in si gran fama per ciò ne crebbe, il pilota che fra tanti scogli le onde solcando e in nessuno d'essi rompendo, col combattuto legno approda a salvamento nel porto.

(1) II verso d'Ennio è il seguente:

« Non ponebat enim rumores ante salutem: »

(2) Inter tot homines, quibus non lingua, non mores, non lex, non arma, non vestitus, habitusque, non causa militandi eadem esset. LIVIUS., lib. XXX. M.


Autograph letter from His Majesty the Emperor Leopold to Count Montecuccoli, referred to page. 392 of the text.

Questa lettera, la quale venne scritta al Montecuccoli, in ringraziamento dell'insigne vittoria di S. Gottardo, dall'imperatore, tutta di proprio pugno e per maggior grazia in lingua italiana, andò perduta insieme con l'altra parimente citata dall'autore. La seguente traduzione è desunta da un commentario della vita di lui, scritto da quello stesso Gesuíta, a cui dobbiamo la traduzione latina delle opere del Montecuccoli, ed è stampata in calce di essa traduzione:


This letter, which was written to Montecuccoli, in thanks for the illustrious victory of St. Gotthard, by the Emperor, all in his own hand and for greater grace in the Italian language, was lost together with the other equally cited by the author. The following translation is taken from a commentary on his life, written by the same Jesuit, to whom we owe the Latin translation of Montecuccoli's works, and is printed at the bottom of this translation:

«Chare Comes Montecuccoli! Incredibili laetitia affectus sum, cum tuis, quas calendis augusti dedisti, de felici eventu, et insigni victoria, quam armis nostris Deus Opt. Max. concessit, intelligerem. Ea sane tanta est, ut opinionem meam, spemque longe superet. Solemne Te Deum equidem quantocyus decantari feci, crastina tamen instaurata supplicatione, tormenta e propugnaculis omnibus solvi jubebo. Quia vero cum hactenus alibi, tum in praesenti maxime  stenuitatem tuam cum egregia prudentia, rerumque usu conjunctam ostendisti, atque multis nominibus de domo mea praeclare meritus es, honoris ergo te Locumtenentem meum Generalem nominare decrevi. Hac gratia, voluntate mea maxima, ac gaudio te impertior, tuaque in prudentia plane acquiesco. De Caesareis meis gratiis certum te esse jubeo, maneoque dominus tuus clementissimus.»

"Chere the Count of Montecuccoli! I was moved with incredible joy, with yours, which you gave in the heat of August, about the successful outcome, and the remarkable victory, which God chose for our arms. Max. granted, I would understand. Indeed, it is so great that it far surpasses my belief and hope. I have solemnly chanted Te Deum, but on the morrow I will order the cannons to be fired from all the battlements. But since you have heretofore elsewhere, and at the present time especially shown your diligence combined with excellent prudence and use of affairs, and you have eminently deserved many names from my house, I have therefore decided to appoint you as my Lieutenant-General of honor. With this grace, with my greatest will, and with joy, I bestow upon you, and I fully acquiesce in your prudence. I command you to be certain of my Caesar's favors, and I remain your most gracious master.




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