A political process in 1671 (Italian)

 Un Processo Politico del 1671

Un Processo Politico dell 1671”, by Alfredo Lazzarini.  In journal “Pagine friulane”, Volumes 10, 1897-8.  Part 1 in issue #6, August 15, 1897Part 2 in issue #7, September 10, 1897, Part 3 in issue #11, February 10, 1898.


Quattro parole di prefazione.

Nel mese di settembre del decorso anno, io mi trovava ospite dell' ill.mo signor conte Cintio Frangipani, nel suo castello di Porpetto. Ebbi in tale occasione a sinceramente apprezzare la squisita cortesia dell' egregio suddetto signore, che con gentile condiscendenza mi lasciò a tutt' agio visitare e rovistare il ricco quanto ben ordinato archivio di famiglia. E compiacendomi io alquanto di tutte quelle cose che si riferiscono alla storia del nostro Friuli, non è a dirsi con quanto piacere e con quanta emozione scorressi leggendo o mi sforzassi del mio meglio ad interpretare, a seconda de' casi, le vecchie carte di famiglia rose e consumate dal tempo, le antiche pergamene ingiallite, dalle difficili, enigmatiche scritture. Carte e pergamene, che, sebben facenti parte di un famigliare archivio, pure nei fasti del nostro Friuli hanno grande importanza, sendochè l'illustre famiglia de' Frangipani ebbe non poco ad intervenire ne' secoli addietro nelle questioni civili, sia del Patriarcato quanto della Repubblica Veneta.

Alcuni scritti ed una relazione stampata, relativi questa e quelli ad un memorabile evento successo sullo scorcio del XVII secolo, uniti ad alcune vive tradizioni rimaste e trasmesse in famiglia, mi invogliarono a sa perne ed a ricercarne qualche cosa di più. Ed il frutto delle mie indagini, che, a dir vero, poco sarebbe stato senza l'aiuto portomi dall'esimio co. Luigi Frangipani, hen noto ai cultori di storia friulana, io presento qui al lettore, in um alla trascrizione di importanti documenti esistenti nell'archivio di Castel Porpetto.

Udine, 20 gennaio, 1897.

Alfredo Lazzarini 


I.°

Ecco come andò la cosa. Wesselini, il grande cospiratore austriaco del XVII secolo, che fu investito della illustre dignità di Palatino del Regno, aveva intorno al suo monarca formata una tale e tanto fitta rete d'intrighi, che si estendeva in tutte le Provincie soggette al dominio di Leopoldo I. Una segreta lega s' era formata fra i diversi magnati e principi, che governavano le terre all' imperatore soggette, lega che formidabilmente crebbe di potenza e seriamente minacciò il terribile persecutore dei protestanti. Ma, come spesso avviene in tali congiure, non tutti quelli, o ben pochi che ne presero parte, erano animati dal desiderio di un' utilità comune, chè molti vi anteponevano il proprio interesse, le loro mire ambiziose. E questa fu la precipua causa dei dissidi fra i collegati, che, unitamente alla reciproca e naturale diffidenza fra Protestanti e Cattolici, fecero andare a vuoto l'ardita macchinazione. Frattanto venne a morire il Wesselini, che non ebbe il piacere di vedere coronata di successo l'opera per la quale aveva consacrato la vita ed un non comune macchiavellico ingegno.

Colla morte del Wesselini la confederazione dei malcontenti governatori e dei nobili turbolenti ed ambiziosi si considerava sciolta; ma il contegno equivoco, o piuttosto provocante di Leopoldo, fece si che in breve risorgesse più forte e minacciosa di prima. Il conte Pietro Zrin, banno della Croazia, offeso perchè gli si era dall' imperatore rifiutato il governo di Carlstadt, diedesi con ogni possa a riordinare ed a rinnovare la lega, che sembrava, colla morte del Wesselini, disciolta definitivamente. Tutt'altro che a spegnere l'ardore ond' era animato lo Zrin intervenne un fatto triste. Un suo fratello, a nome Nicola, era stato, si vuole accidentalmente, ucciso alla caccia. Sia come si voglia, lo spirito di parte lo designò per una vittima della tirannide, e la sua morte fu ritenuta per un delitto della corte imperiale.

Ma queste particolari ragioni che mossero lo Zrin, mal avrebbero potuto trovare un'eco nell' animo dei congiurati al Wesselini, se anche questi non fossero stati mossi da cause proprie e da ambiziose speranze. Nella nuovamente orditasi lega entrarono a far parte Tattenbach, governatore della Stiria, Nadasdy, presidente dell' Alta Corte di giustizia, il conte Ragotski, possente feudatario dell' Ungheria, Abaffy, principe di Transilvania e molti altri. Fra i congiurati, ed uno de' principalmente compromessi, troviamo il conte Francesco Cristoforo Frangipani, designato col titolo altresì di marchese, che i contemporanei ci dipingono come giovane magnate di sommo talento, di grande coraggio, di molto credito e del quale, nella rumorosa faccenda che seguì, mi piace riferire la storia. Dunque tralasciando di tener bada ai fatti che non riguardano d' appresso questo Frangipani, mi occuperò precipuamente di lui, che posso riguardare di speciale interesse per noi Friulani, che lo dobbiamo quasi ritenere concittadino, siccome quegli che nella nostra terra aveva stretti parenti del suo stesso nome. Se qualcuno poi obbiettasse egli appartenere a famiglia ben distinta da quella de' nostri Frangipani, io risponderò che non senza significato nella questione di consanguineità o no, si è il trovare accanto al suddetto Francesco Cristoforo un suo parente viene dalle cronache del tempo così designato a nome Orfeo, figlio di Pietro Urbano, il quale appartiene al ramo friulano de' Frangipani, fra noi stabilitosi verso il 1000. Altra prova di loro parentela l'abbiamo nel fatto, che esistono lettere scritte da Francesco Cristoforo al suddetto Pietro Urbano, nelle quali si firma parente di questi. Che più? Quando più tardi si confiscarono i beni de' Frangipani in Ungheria, anche in Roma papa Clemente X spodestò i loro congiunti di colà, alla cui eredità succedevano per diritto i Frangipani del Friuli. Il fatto è di grande importanza, ed un numeroso incartamento di atti, di documenti allegati, di ricorsi, ecc., relativi all'importante processo agitatosi fra la camera apostolica ed i Frangipani del Friuli, si conserva nell' archivio dei suddetti in Castel Porpetto. Diverse lettere di Francesco Cristoforo, alcuni atti relativi al suo processo e condanna pure vi si conservano. Tutto ciò prova che fra i due rami correvano vincoli di antica parentela provati da vicendevoli relazioni in diverse circostanze.



II.°

Fra i diversi congiurati sussistevano vincoli di stretta parentela, che viemaggiormente facevano riuscire compatta e forte la lega stretta a' danni di Leopoldo I. Così il giovane conte Ragotski aveva tolta in isposa Elena, figlia del Nadasdy, donzella di singolare bellezza (1). Una sorella del Frangipani era andata sposa allo Zrin ed accanto al suddetto Francesco Cristoforo troviamo ricordato il suo congiunto, nato in Friuli, Orfeo. Nella congiura questi ebbe azione assai importante e fu designato come uno dei principali agitatori e, come vedremo, accusato quasi della direzione del movimento insurrezionale.

Sebbene la storia di cui ho impreso a parlare sia avvenuta negli anni 1670-71, tuttavia, avendo in animo di dire quanto concerne Francesco Cristoforo ed Orfeo, dovrò dare addietro qualche passo per esaminare i fatti della loro vita onde qui riportare un complesso di notizie biografiche ad essi relative. Nacque il primo, Francesco Cristoforo, nel 1645 da Volfango Cristoforo e da Dorotea contessa Paradeiserin già vedova del conte Giorgio Haller e terza moglie del Frangipani suddetto. Il padre di Francesco Cristoforo, comandante di Carlstadt e generale della Croazia, venne a morire, che il figliuolo era ancor fanciulletto, e cioè nel 1651.

Quando nel 1655, per la morte di papa Innocenzo X (Panfili), la sede romana rimase vacante e prima che venisse assunto alla dignità di pontefice Alessandro VII (Ghigi), Francesco Cristoforo venne in Roma Sappiamo che fece ingresso nell'eterna città da Porta del Popolo, recandosi tosto al Conclave per rendere il dovuto omaggio al Sacro Collegio. Ciò avvenne il 2 marzo del succitato anno. Altra volta egli ritornò in Roma, e fu quando si fidanzò alla contessa Giulia Nari, nipote del cardinale Antonio Barberini, che vedremo avere importante parte nei fatti riguardanti l'eredità de' Frangipani di Roma. Parrà strano che l'atto nuziale porti la data del 7 ottobre 1660, contando allora Francesco Cristoforo soltanto quindici anni. Investigando però un po' sottilmente le cose, vedremo come e perchè al cardinal Barberini premesse di affrettare un matrimonio conveniente alla nipote Giulia sotto tutti i riguardi.

È bene sapere che le leggi romane di quel tempo proibivano ai forestieri di ereditare beni da parte dei cittadini dello Stato Pontificio. Ora con Mario, ultimo rampollo dei Frangipani di Roma, veniva ad estinguersi quel ramo della famiglia. E Mario, non avendo eredi presso di lui, volle in qualche modo avvicinare i rapporti coi suoi parenti d'Ungheria. E così che si spiega la venuta in Roma un anno dopo la morte di Mario, di Francesco Cristoforo, erede d'ogni sua sostanza. Ma Francesco Cristoforo era di cittadinanza forestiera ed al progetto di Mario s'opponeva la legge. Allora si spiega eziandio un altro fatto: il fidanzamento cioè colla Giulia Nari. Ancora nel 1638, Mario aveva fatto un testamento, in cui lasciava suo erede generale il Cardinale Antonio Barberini. A questi poi si erano date le opportune istruzioni perchè facesse in modo al che egli si prestava ben volentieri - onde i beni di Mario non avessero ad uscir di famiglia, ma ad essere trasmessi ai Frangipani d'Ungheria e Croazia. E torna qui opportuno far osservare che, in sostituzione di questi, erano da Mario designati i Frangipani del Friuli, e precisamente del ramo d'Antigono, e che Volfango Cristoforo non lasciò morendo altri eredi all' infuori di Francesco Cristoforo.

Quando, all' età di quindici anni, Francesco Cristoforo si recò in Roma, erano secolui il conte Nadasdy, lo Zrin e quell'Orfeo figlio di Urbano al quale ho già accennato. Vediamo dunque fin da questo momento stretti vincoli correre fra questi personaggi, vincoli che soltanto colla morte degli uni e coll'esilio dell' altro vennero a cessare.

Il cardinale Barberini fu fedele al ricevuto incarico e seppe fare in modo da ottenere, per parte di papa Clemente XI, la sanzione della cosa e fidanzò la nipote Giulia Nari al Frangipani.

Una lettera scritta in Gratz da Francesco Cristoforo a Pietro Urbano, portante la data del 23 ottobre 1667, ci fa sapere come in quel tempo esso fosse chiamato alla corte di Vienna per prendere attiva parte agli armamenti che si facevano dall'Austria contro i turchi, desiderandosi di arrolare in ispecie genti della propria nazione. Nel medesimo anno, il 27 di maggio ritornò in Roma, dove recossi a rendere omaggio al Sacro Collegio, in uniforme ungherese, con ricchissimi ornamenti sulle vesti e ricevendo un'ospitalità ed un trattamento da principe forestiere. Questo avveniva durante la sede vacante dopo la morte di Alessandro VII. Queste le notizie principali relative a Francesco Cristoforo e precedenti la storia della congiura, nella quale esso fu coinvolto ed in cui ebbe parte tanto importante.

Vediamo ora qualche cosa relativamente ad Orfeo. Era egli figlio di Pietro Urbano e di Elena contessa Valvason di Maniago. Nacque in Udine il 3 settembre 1642, ed era perciò di tre anni maggiore che Francesco Cristoforo. Come abbiamo veduto, nel 1660 recossi a Roma con questi e ad esso accanto lo troviamo nel momento della congiura, nel 1670-71.



III.°

Da un manoscritto, posseduto dall’egregio conte Luigi Frangipani, tolgo i seguenti guidizii relativi a Francesco Cristoforo e che reputo di qualche interesse:

« .... fu più italiano che croato, più croato che ungherese. All'estero egli aveva imparato molto. Conosceva le opere di Molière, del cui George Dandin tradusse alcune scene in lingua croata, e, ad imitazione delle poesie italiane dell' Arciduca Leopoldo Guglielmo, intitolate Diporti del Crescente », fece anch' egli delle poesie in lingua Italiana e Croata, ma che restarono molto indietro alle poesie liriche di Nicola Zrin; ma ciò non ostante egli fu un uomo letterato, che sapeva scrivere bene italiano. » Di questo abbiamo una prova nel seguente fatto, che tolgo dal succitato manoscritto: «Lo Zrin, che aveva bisogno di far tradurre dal Croato in Italiano una istruzione per un ambasciatore mandato in Polonia, l' andò a trovare nell'albergo dove era disceso. Gli dichiarò di averlo tenuto sempre per suo mortale nemico, ma ora gli fornisce l'occasione di fargli testimonianza della sua amicizia. Frangipani rispose di essersi ben accorto del suo sospetto, il quale però era infondato, essendo egli pronto a dimostrargli il contrario anche coi fatti.»

Da ciò si viene a conoscere una cosa: che una grande inimicizia era sorta fra i due cognati. Lo Zrin dice al Frangipani d'essergli stato sempre mortale nemico. Ora noi non dobbiamo prendere alla lettera queste parole, ma ritenere che l'antica amicizia fosse, per qualche caso sopraggiunto, stata scossa reciprocamente. E tale interpretazione trova conferma nel seguente passo, che tolgo dal manoscritto a cui già ho attinto: «Qualche diverbio un po' vivace fra i due cognati, di natura veemente ambedue, ne produsse una momentanea separazione. Il Frangipani fece poi dei viaggi e la lontananza ebbe il beneficio di sanare le reciproche offese. »

Quando poi lo Zrin si presentò al cognato per richiederlo della sua cooperazione, nulla il Frangipani sapeva dell' ordita congiura, poichè per la loro momentanea separazione fanta era nel primo la diffidenza, ch'egli aveva tenuta occulta ogni cosa all' altro. Già però il Frangipani aveva dato a divedere la sua ostilità contro la Casa d'Austria, ostilità che aspettava un'occasione favorevole per prorompere in aperta, dichiarata guerra. È le ragioni ? Se ci furono delle cause impellenti lo Zrin a raccogliere il funesto retaggio del Wesselini, non meno forti ne furono ad eccitare il Frangipani, nel quale Leopoldo II avrebbe potuto trovare un fedele suddito ed un forte sostegno per la monarchia, se avesse voluto qualche poco accontentarne l'ambizione, che chiamar possiamo legittima. Era Francesco Cristoforo riuscito ad ottenere dall' Imperatore il Capitanato generale di Segnia, reso vacante per la morte dell'Auersperg e che rendeva circa 10000 fiorini annui. I ministri però erano contrari a questa donazione, per la ragione che, per l'antica Signoria dei Frangipani in Segnia era da temersi che egli potesse, in base degli antichi diritti e privilegi, rendersi padrone assoluto di quella città. Fu questa anche l'opinione prevalsa nel Consiglio di guerra; laonde chiedendo il Frangipani la sua nomina, gli risposero con blande parole sì, ma ed anche con l'invito di rinunziare agli antichi suoi diritti sopra Segnia, alla qual cosa egli non volle assentire. A ciò si aggiunse un' altra offesa ancora. Il Consiglio di guerra, considerando il Capitanato di Ugolino, già posseduto dal Frangipane, vacante in seguito alla sua nuova nomina, lo concesse al Paradeiser, prima ancora che il Frangipani vi avesse definitivamente rinunciato. Egli si trovava dunque nella più grande e giusta indignazione, allorchè ai primi di gennaio venne a sapere che lo Zrin aveva mandato un' ambasciata alla Porta. Fu allora che si associò anch'egli all' impresa.

La congiura frattanto andava sempre estendendosi, e, come dissi da principio, il contegno di Leopoldo era tutt'altro che atto a sedare la minacciosa procella addensantesi intorno a lui. Egli non volle convocare la Dieta per eleggere un successore al Palatino defunto. Contemporaneamente le inimicizie fra Cattolici e Protestanti si erano fatte più vive ed i primi, apertamente favoreggiati dall' Imperatore, andavano perseguitando i secondi. Fu in questo frattempo che i Collegati, dopo essersi messi d'accordo con Abaffy, principe della Transilvania, tennero una Dieta in Cassovia per procedere all' elezione di un nuovo Palatino. A far ciò essi erano giustificati da uno statuto elargito dall' Impero, nel quale si permetteva così di eleggere un Conte Palatino, quando la carica fosse da tre anni vacante. L'Abaffy intanto mettevasi in segrete trattative colla Turchia ed il Ragotski, radunava intorno a sè ben duemila de' suoi vassalli, che unitamente ad altre truppe raccolte dagli altri capi della lega, costituivano un importante e non disprezzabile contingente di uomini.

Fu appena allora che Leopoldo venne a cognizione della congiura; poichè, sebbene conoscesse esservi delle ostilità contro di lui da parte di molti nobili e governatori, pure non credeva le cose già andate tant' oltre. Egli fu informato della ordita trama da quei medesimi agenti, che i congiurati tenevano presso la Corte Ottomana, da un famigliare del Tattenbach e dalle deposizioni della vedova del Wesselini, la quale inoltre consegnò all' Imperatore diverse carte molto compromettenti per i congiurati principali, fra i quali, viene da sè, trovavasi anche Francesco Cristoforo.

D'ordine dell' Imperatore l'Herberstein diedesi a sorvegliare il Frangipani e lo Zrin, che erano nuovamente da reciproci rancori disgiunti. Ed intanto, che faceva Francesco Cristoforo? Una sua lettera, scritta da Novigratz al capitano Csolvics, in data 9 marzo 1671, potrà ampiamente informarcene. Reputo perciò qui ben fatto di riportarla; I nostri uomini, grazie a Dio, sono giunti felicemente. Il capo mi scrive di recarmi subito da lui e che ci teniamo tutti pronti. lo sono pronto ed attendo ansiosamente il momento della nostra unione coi Turchi. Questa notte da Carlstadt è stato mandato un corriere a Graz, per chiedere alcuni reggimenti in soccorso. Finchè possano giungere, noi già saremo sopra le loro spalle. Ce l'hanno con me, ma non ardiscono far nulla. Oggi farò una cavalcata davanti a Carlstadt, mna alla testa di 300 uomini bene armati, nella cui compagnia non temo nulla. Gli onesti non si muoveranno, i mercanti ed i cani non ardiranno mostrarsi. Ora decideremo quando si debba prendere l'offesa. Se occorre, andrò personalmente dal pascià di Bosnia, per assicurare le cose nostre. Spero in Dio che ci riuscirà di dare subito in testa al nemico e di non lasciare tempo ai tedeschi di raccogliersi. Purchè il capo mi ascolti, tutto andrà bene; prendo questa cosa interamente su di me, sapendo come si debbono trattare i tedeschi.


IV.°

Ormai l'azione precipita e s'avvicina la scena culminante del dramma, la catastrofe. Zrin aveva, assieme coll' Abally, continuate le trattative colla Turchia; il Kagotski s'era avanzato contro Tokai e contro Mongatz; il Frangipani, alla testa di trenta cavalieri, da Carlstadt s'era recato a Zagabria. Esso occupo questa città coi suoi uomini, intimando ai cittadini di arrendersi. Il Consiglio Municipale fu pronto a farlo; non invece il Capitolo, che si chiuse nella sua fortezza. Il Frangipani, il giorno 24 di marzo, convocò una dieta, alla quale molti nobili delle vicinanze comparvero. Ad essi espose il programma dei ribelli confederati e le sue inammate parole trovarono eco fra gli adunati, la maggior parte dei quali si dichiarò favorevole all' insurrezione.

Tutto prometteva un buon esito nell' impresa, ma incominciarono i rovesci. La Turchia, dopo aver date promesse di ajuto, mancò d'appoggiare i ribelli. Ragotski fu battuto successivamente a Tokai ed a Mongatz e Zrin fu costretto con una lettera a dichiarare d'arrendersi all' Imperatore. Non tardò ad imitarlo il Frangipani, che s'era più del cognato lasciato trasportare dall' ardenza del carattere addentro nell' impresa, di cui tuttavia non era stato primo istigatore. Fu per essersi egli troppo esposto, che alla Corte di Vienna lo si ritenne colpevole più dello Zrin, credendo che, per mezzo della costui sorella, il Frangipani avesse indotto il cognato ad abbracciare il partito della ribellione. Una sua lettera diretta all'Abaffy e caduta in mano all' Herberstein produsse immensa indignazione a Vienna, contro di lui. Il malaugurato scritto fu fatto, a sua ignominia, stampare e tradurre in varie lingue: copia ne fu inviata a vari sovrani e principi ed anche al Collegio de' Cardinali, affinchè si conoscessero i sentimenti dei congiurati Ungheresi verso la Cristianità e quale fosse il loro odio verso i Tedeschi.

Il Tattenbach, il Nadasdy, lo Zrin, il Frangipani e molti altri furono arrestati e sottoposti ad un rigoroso processo. I due primi furono trasportati prigioni a Vienna; gli altri due a Neustadt.

In quanto al Ragotski, ottenne perdono, consegnando alle truppe imperiali le sue fortezze e rivelando i disegni del suocero, conte Nadasdy.

Siccome poi dai processi apparivano numerosissimi i cospiratori e si poteva dire tutta la nazione aver preso parte alla ribellione, questa fu dichiarata decaduta de' suoi privilegi, e, convocatasi una Dieta, Leopoldo con editto pubblico ingiunse a tutti di sottomettersi alla sua autorità. Un contingente di truppe, forte di ben trentamila uomini, impose viemmeglio la sua volontà all' Ungheria, che dovette cedere alla forza.

Nella prigione il Frangipani cercò con diversi scritti di difendersi e di scolparsi; fu un certo momento in cui la solita fermezza del suo carattere vacillò e vediamo la paura di morire sul palco per mano del carnefice fare impallidire quest' uomo, che non aveva mai tremato sui campi di battaglia, cercando la gloria nel pericolo: ma la morte si accompagnava allora ed era tutt' una con la gloria, mentre qui erano il disonore e l'infamia che insieme ad essa venivano!... E lo spettro del patibolo rese in certi momenti anche vile, ne di ciò ho io il coraggio di rimproverarlo, Francesco Cristoforo, che discese al punto da farsi delatore dei suoi complici, sperando così di salvarsi, come era avvenuto al Ragotski. Egli cercò di gettare ogni colpa addosso al cognato suo, allo Zrin, che da parte sua gli rese il contraccambio. Volle scusare il suo operato, dicendo di aver preso parte alla congiura per giovare all'imperatore, anzichè portargli danno, col cercare cioè di rendere più piana la vertenza e di conciliare le cose. In una lettera diretta all'Imperatore durante l'istruzione del suo processo così si scusa del foglio diretto all'Abaffy: « — Fu la necessità, per cui chiedo in ginocchio perdono alla Maestà Vostra per la mia tenue vita ». Riguardo poi alle istruzioni date all'ambasciatore mandato in Polonia, esso così si esprime: -Mi fulmini il cielo, e possa ingoiarmi la terra, se Zrin mi ha mai parlato di quell' ambasciata ». Implorò poscia il perdono dell' Imperatore, non avendo avuto mai intenzione di far cosa colpevole contro di lui. Rivelò i nomi dei congiurati a lui noti e diede anche dei consigli, come si dovesse liberare dallo Stahrenberg, profferendo a tal uopo fin la sua propria persona.




V.°

Intanto il processo proseguivasi alacremente, contro il Nadasdy a Vienna e contro lo Zrin e il Frangipani a Neustadt. Si cercarono in sua difesa i meriti de' suoi antenati presso la Corte di Vienna, ma il Forstall, uno de' suoi giudici, dopo averlo chiamato vipera incorreggibile, citò il fatto di Giovanni e di Bernardo Frangipani, ribelli a Uladislao II loro signore.

Per l'importante questione, il Tribunale straordinario, nominato da Leopoldo I, emise diversi decreti, che io qui presento, tolti da un libretto, molto raro oggidì, stampatosi nell'epoca dei fatti di cui parlo.




DECRETO I.°

Per mandato di Sua Maestà Cesarea Nostro Clementissimo Signore, siano in grazia avvisati li suoi Consiglieri, Secretari, Cammerieri, Cancellieri, e Consiglieri del Consiglio Imperiale Aulico, di guerra, di Corte, e del Reggimento dell' Austria Inferiore, ciò è

(Seguono i nomi).

Essendosi dopo diversi esami tenuti instituito, e formato il processo delli tre Conti Nadasdi, Zrin, e Frangepani, in punto della ribellione. E questo dovendosi terminare quanto prima. Sua Maestà Cesarea ha eletto, ordinati, e delegati li sopradetti Signori Consiglieri per Giudici delegati sotto la direzione del Signor Cancelliere di Corte, et informato il Signor Giorgio Frey, Dottore de gli atti di questi Rei, acciò che egli come Procuratore della Camera dell'Austria Inferiore, produca un attione conforme allo stile avanti alli suddetti Signori Giudici. Commanda perciò con questo Clementissimo Decreto, che li Signori sopranarrati ne i primi giorni si radunino per consultare, come devesi in questi Processi, regolar, e perfettionar, come ancora bene, e maturamente deliberare sopra le loro introdotte querelle, e sopra le risposte de gl'Avocati deputati per gl' antescritti Conti Nadasti, Zrin, e Frangepani. E debbino far sentenza conforme stimeranno in lor coscienza, e quanto se fussero avanti il Tribunal di Dio, o del Mondo convenevole. Non dovendola pubblicare con nessuno; ma portarla con li loro motivi avanti a Sua Maestà per intendere l'ulteriore sua Clementissima risoluzione, e non ostante, che tutti li sudetti Consiglieri non fossero sempre assistenti, esso Signor Cancelliere Hochen, e gl'altri, toccante la formazione del Processo fin alla sentenza esclusiva potrà proseguire il Giudizio, e far ciò che è giusto e convenevole, etc. 

Dato in Vienna alli 20 di settembre, 1670.


DECRETO II.°

Per mandato di Sua Maestà Cesarea Nostro Clementissimo Signore, sia avvisato il Signor Gio. Giorgio Trey Dottore d'ambe le Leggi, Consigliere, e procuratore della Camera dell' Austria Inferiore. Ch' essendo dopo diversi esami tenuti instituito, e formato il Processo delli Conti Nadasdi, Zrin, e Frangepani, nel punto della Ribellione, e dovendosi terminarlo quanto prima. Hà Sua Maestà Cesarea a questo fine deputati li Consiglieri sopra nominati nel primo Decreto, e datili sotto la direzione del Sig. Cancelliere di Corte; ha di più risolto, ch'esso Procuratore produca l'attioni, e le presenti pubblicamente alli Signori Consiglieri, communicandogli tutti gli atti del Nadasdi, Zrin, e Frangepani, acciò che s'informi, et aggiunte le sue scritture giurisdiciali contro li tre sudetti Rei, ponendole al giudizio delegato, secondo l'uso è lo stile. Del resto, che dia una specificazione, ò indice delli ricevuti atti come corrono, etc. 

Per Imperatorem, Vienna 20 di Settembre, 1670. 


DECRETO III.°

Un' altro decreto al Signor Cancelliere di Corte,
per dare sentenza, dell' infrascritto tenore. 

Per mandato di Sua Maestà Ceserea si commette al Signor Cancelliere di Corte, di che n' hà distinte notizie, qualmente Sua Maestà Cesarea in data del 20 settembre dell'anno passato, abbia risolto, e commandato che sia un Processo contro gli arrestati conti Nadasdi, Zrin e Frangepani, in punto della ribellione, e quali debbano esser li Consiglieri Deputati per giudici ed al medesimo Signor Cancelliere sia data la direzione.

Et essendo di mestieri che in ogni modo, e senza alcuna dimora d'avantaggio siano perfettionati, et ultimati li su detti due Processi, commanda Sua Maestà ch'esso Signor Cancelliere di Corte, con altri fidi à tal fine Deputati Commissarij quanto prima li spedischino, e finischino, e nonostante, che tutti non fussero presenti, niente di meno passi alla conclusione della Sentenza, tenendola sotto Sigillo, senza palesarla ad alcuno; ma debba portarla con li motivi à Corte, et aspettar gl'ulteriori Clementissimi Commandi di Cesare etc.

Vienna adi 30 di Marzo, 1671.


DECRETO IV.°

Sopra il negozio dell' Inquisitione, e del Processo Criminale concluso, terminato, collalionato e ventilato, d'ordine preciso di Sua Maestà Cesarea contro il suo Hereditario Vassallo Francesco Christoforo Frangepani in punto di Ribellione e Perduellione.

Havendo il Prefato Frangepani in alcuni esami tenuti piacevolmente confessato, e benchè prodotti i propri documenti in iscritto, fu poi convinto sufficientemente d'autentici testimoni nell' inquisitione fattagli contro di lui, e rimostrato chiaramente, qualmente egli scordatosi del suo debito e giuramento prestato a S. M. C. e mostrando una evidente ingratitudine verso la medesima degli honori grandi, e cospicui, dignità, et ufficii ricevuti dalla Maestà Sua, e da' suoi Augustissimi antecessori, et altre grazie Cesaree, e Regie fattegli dal suo Natural Principe, ha per mera et impermessibile ambitione, affettata e proibita presuntione, dannabile temerità commesso il delitto di Lesa Maestà, e di fellonia più diffusamente espressa nelli seguenti capitoli.

Primieramente haver egli tacciuta la cognitione tempestiva havuta dell'abominevole ed horrenda machinatione di ribellione premeditata da Pietro Zrin col Turco ed altri, e di più essersi obligato di non voler rilevar il segreto et accettato la plenipotenza di esso Zrin ad oggetto d'esser direttore di questa ribellione. 2. Hlavere scritto una dannabile; e maledetta lettera sotto data di 9 Marzo 1670 da Novigrad al capitan Tschollinz nella quale disprezzava l'armi Cesaree, e la natione Alemanna, dimostrava la sua cattiva intenzione contro il suo Clementissimo Signore, cercando con ogni fervore d'effettuare le trame del Zrin. 3. per haver tentato di persuadere pubblicamente la città di Zagabria, li Ecclesiastici non meno, che li secolari, e li sudditi della Crovatia, ad accostarsi, et acconsentire alli disegni del Zrin, e per haver posto un presidio di 200 soldati nella prefata città per impadronirsene. 4. per haver preso le Proviande di S. M. C. che sul fiume Sava si conducevano per bisogno degli confiniarii di Petrinia. 5. per havere mandato in Turchia persone a chieder soccorsi proibiti. 6. per haver tentato, e sollecitamente procurato di sviare, e dissuadere i Valacchi, et il loro putativo Vescovo dalla divotione di Sua Maestà ad aderire al Zrin. 7. per haver egli insieme con altri formata e poi da lui in Italiano tradotta una malitiosissima istruzione piena di calunnie, infamie, e scandali contro l'istessa persona di Sua Maestà Cesarea, suo governo, e suoi Ministri, et inviata per una certa persona in un certo luogo, e commesso attualmente anche in più varii modi enormi, et infami delitti, degni di gran castigo.

Essendo, che il prefato Frangepani non s'ha potuto, ne tampoco voluto purgarsi da queste sue infami colpe, del delitto di Lesa Maestà, e di perduellione, più volte commesso nonostante la difesa concessagli per pura gratia, e clemenza di S. M. acciò potesse purgarsi dal Processo quale ridotto hormai alla conclusione, e collazionate ordinatamente rimase così dal giudice delegato a ciò deputato, conosciuta, e decisa la sentenza, e poscia, per non interrompere il corso della giustizia da Sua Maestà Cesarea risoluto e decretato.

Cioè che il prefato Frangepani sia caduto con l'honore, vita, e beni nelle pene, e castigo di S. M. C. perciò debba egli esser privato, di tutti li honori, prerogative, e dignità, confiscati li di lui beni, la sua memoria eliminata dal mondo, e finalmente consegnata la sua persona al Carnefice, qual gli dovrà nel luogo preciso, dove si conviene troncare la mano destra, et insieme separargli la testa dal busto. E ciò sia al Frangepani per un ben meritato castigo, ad altri suoi pari d'horrore, et abominevole esempio.

Publicato in Neustall alli 30 d'Aprile 1671.


Sua Maestà Cesarea ha per mera sua clemenza limitata la prefata sentenza, che solamente gli sia troncata la testa, all'incontro il taglio della mano condonato.

Laxembourg alli 29 aprile 1671.


VI.°

Quando al Frangipane fu comunicata la sentenza di morte, esclamò in preda ad una forte esasperazione: Io sono innocente!... Questa è una ingiustizia!... (1).

Voleva protestare, ma i commissari, latori del decreto, non glielo permisero, dicendogli non essere ormai più tempo a farlo e che bisognava gli ordini dell' Imperatore fossero eseguiti. Fu tradotto in un' altra prigione perchè si preparasse alla morte. Egli si lamentò del tempo troppo breve concessogli e disse che, se avesse ad essere dannato, lo sarebbe stato per colpa di Leopoldo (2). Voleva guadagnar tempo col pretesto di estendere il suo testamento; ma i commissari gli fecero osservare che di nulla avea più egli diritto di disporre, poichè i suoi beni erano stati confiscati. Gli furono dati due giorni, nei quali egli doveva soltanto pensare a riconciliarsi con Dio ed a prepararsi a morire.

Francesco Cristoforo era nell' estrema disperazione e nel suo carcere andava gridando che era una crudeltà voler la sua morte, che era ancor giovane e l' ultimo rampollo di sua illustre prosapia. Ottenne di poter scrivere una supplica all'Imperatore, domandandogli grazia della vita; ed ecco la lettera, che rimase senza alcun risultato e che fu pubblicata in un cogli atti relativi al fatto. L'originale era in latino e fu a quel tempo tradotto cogli altri documenti:

Sacra Cesarea real maestà signor Signor clementissimo.

Per il tremor che mi dà l' inaspettata sentenza dell'horribile morte ricevuta hoggi dopo mezzo giorno, appena reggo la penna. Mi mancano le forze bastanti per far un humilissimo memoriale per l'obligo mio alla Maestà Vostra à fine di poter eccitare una minima scintilla della Cesarea Clemenza, e compassione Christiana; perciò supplico umilissimamente Vostra Maestà Cesarea: si degni di guardare queste mie umilissime righe con l'innata sua clemenza, supplicando genuflesso accant' il Trono della Maestà Vostra con occhi lagrimosi et infiniti sospiri per le cinque piaghe di Cristo, per li meriti della Santissima genitrice di Dio, e per tutti li Santi, di voler imputare li miei falli al mio immaturo intelletto. Guardi pur Vostra Maestà con occhi benigni la mia florida età, nella quale devo morir si presto. Consideri ò Clementissimo Cesare, esser io misero, l'ultimo di mia famiglia, la quale già servì tanti e tanti anni all'Augustissima Casa d'Austria, con immacchiata fedeltà, e devotione. Se non bastano li serviggi delli miei Antenati, nè meno li miei propri (Dio fia mio Testimonio) fedelissimi prestati per ottener alcuna gratia, soccorra l'impareggiabile, et 'a tut'il mondo decantata misericordia della Maestà Vostra acciochè io hormai morto, fia restituito in vita. Non hò paura della morte, per eseguire il clementissimo suo comando, e per dimostrare l'inalterabile mia devotione, che porto verso il mio Clementissimo Padrone, mentre io era sempre pronto a spandere il mio sangue ad ogni minimo cenno per Vostra Maestà. Ma Clementissimo Cesare tremo solamente in considerar il passar così vergognosamente all' altra vita, per mano del Carnefice. Ohimè misera, o sfortunata creatura! volesse Iddio, che non fossi nato mai in questo Mondo, o che fossi stato cassato prima dal numero delli viventi.

Clementissimo Cesare, Carlo Magno Cesare Augusto soleva esclamare per la troppa sua bontà, e misericordia, vorria ancor render la vita a morti. Non minor clemenza s'ha sempre conosciuta, et esperimentata della Maestà Vostra. Hora clementissimo Cesare dimostri la sua magnanima generosità nel verificare la mia sì miseramente morta persona. lo nell'avvenire (protesto à Dio) non viverò a me, ma alla Maestà Vostra tutto dedicato. Gratia, perdono, clemenza, misericordia, o clementissimo Cesare! Supplico per la Santissima Trinità, che questo amaro Calice sia levato da me per questa volta, essendo impossibile, clementissimo Cesare, che io debole senza spirito possa soddisfare in alcune hore alla salute della mia anima. Clementissimo Cesare, si compiaccia d'esaudire la mia lagrimosa supplica e mutare questo castigo in un altra pena sia come si vuole. Vorria scriver più et invocare la misericordia di Vostra Maestà, ma la mia debolezza non lo permette. Concludo, e metto la mia vita, e fine della medema, sotto la bontà e misericordia di Vostra Maestà, desideroso di vivere e morire alla Maestà Vostra

humanis.mo e fedelis.mo
        Suddito
    Ombra di morte 

Francesco Frangipani

P. S. Martedi alle ore 9 fui consegnato al Giudicio della città, e Giovedi dovrò andar alla morte, se, Dio, e la gratia di Vostra Maestà in queste poche hore non mi libererà!

Neustat alli 28 Aprile alle 11 hore di notte 1671.


Nella notte il Frangipani si calmò alquanto ed il giorno seguente scrisse alla moglie la seguente lettera:

« Carissima, et Amatiss. Giulia mia cara. Giache per volontà del Cielo, e divina dispositione debbo passar da questa ad' altra Vita in sodisfatione de miei commessi mancamenti contra la Sovrana Maestà del mio Clementissimo Imperatore, hò voluto, con queste poche righe abbracciarti di cuore, e darti l’ultimo addio pregandoti Giulia mia cara, per le viscere di Christo, a volermi con pietà Christiana perdonare, se per causa della mia inavertenza, fosti necessitata di soportar oltraggi e patimenti. Similmente Giulia mia cara, ti chiedo devotissimo perdono di qualunque minima offesa che nel tempo del nostro Maritaggio t'havessi fatto; Io per mia parte con tutto il cuore ed anima ti condono, e rimetto ogni occasione di disgusto, che m'havesti dato, se bene non furono che effetti zelanti del tuo puro, e vero Amore verso di me. Da tutti miei Amatissimi Signori Parenti, et Amici prendo l'ultima licenza, e mi raccomando per la carità d'un Requiem all'anima mia, quale con l'aiuto ed' assistenza divina, spera fra poche hore, godere il godimento eterno del suo Santissimo conspetto. Giulia mia cara, vorrei con tutte le viscere dell'anima lasciarti l'ultimo ricordo del mio svisceratissimo affetto, ma mi trovo nudo et povero del tutto; ho bensì supplicato con il più vivo del mio core la Maestà Cesarea, che vogli con la sua innata bontà, e clemenza usar verso di te un atto di generosità per parte, e testimonianza della mia gratificazione dovuta alla fedeltà tua, nè dubito punto, che sarai per esperimentar ogni effetto di gloriosa Munificenza. Dal Signor Orfeo prendo ancora amorosa licenza e lo prego a condonarmi qualunque mancamento gl' havessi commesso, e lo scongiuro per l'amore che sempre m'ha portato, se in veruna cosa, ha offeso o dato causa d'indignazione alla Maestà dell' Imperatore vogli con humilissime suppliche chiederne clementissimo perdono, e sottometersi a piedi d'Augustissimo Cesare che non li sarà chiusa la porta della gratia con impartimento forse di qualche Cesarea beneficenza, per qual cagione ne ho portate a Sua Maestà ossequiosissime preghiere. Mi compatisca se con nissuna memoria me gli dimostro grato, non havendo cosa per lui decente in mia disposizione. Senza più Giulia mia cara Addio. Mondo Addio. Io ti vissi affetionato Consorte in questo mondo, ti sarò nell' altro fedelissimo intercessore appresso la Maestà Divina. Resto per sempre Giulia mia cara

tuo affettionatiss. e fedeliss.
         Consorte 

Francesco Frangipane 

Di Neustad li 29 aprile 1671.

P. S. Se il Paggio Bernardino capitasse da te, di gratia Giulia mia cosi l'habbi raccomandato per amor mio, e della fedel servitù che m'ha prestato ».



VII.°

L'ultima notte passata nel carcere, la notte che precedeva l'alba funesta della sua morte, il Frangipani sembrò del tutto essersi acconciato alla sua sorte. Vennero nel suo carcere a visitarlo l'Abele ed il Molita, a' quali raccomandò di chiedere perdono all' Imperatore e che a questi fossero raccomandati i servi ed il paggio Bernardino, per il quale nutriva una sincera affezione. Li pregò che l'Imperatore volesse soddisfare i suoi creditori, che fossero rimunerati i sei cappuccini rimasti ad assisterlo in quegli estremi momenti e che si facessero dire delle messe in suffragio dell'anima sua. Chiese notizie del parente Orfeo, che era riuscito a rifugiarsi in Friuli con la moglie di lui; notizie che gli furono comunicate dall'Abele, il quale gli disse eziandio come l'Orfeo, sebbene fortemente compromesso per essere stato de' principali della congiura, potesse sperare nella grazia dell' Imperatore purchè la chiedesse con sincero pentimento.

Anzichè continuare ad esporre altre notizie e degli ultimi momenti del Frangipani e della sua capitale esecuzione, credo miglior cosa riportare qui parte di due cronache manoscritte, ambedue portanti la data medesima e compilate in Vienna. I due originali manoscritti si conservano nell'archivio dei conti Frangipani in Castel Porpetto.

Ecco, della prima delle due cronache, quella parte che riguarda il Frangipani :

Vienna 3 Maggio 1671.
(Si parla del Nadasdy).


Nello stesso giorno, e nella med,ma hora si eseguì la med.ma sentenza di morte nell'Arsenale della Piazza di Neustatt nelle persone del Conte di Serino, e Marchese Frangipani, a' quali passò ad intimar la sentenza il Com. di Corte. Contro il concetto commune con generosa costanza, così l'uno, come l'altro udirono intrepidam. intimarsi la morte, ne il Conte altro disse, che l'haverebbe potuto Cesare suo Clem.mo Princ." non sparger egli il suo sangue, mà dargli campo di poterlo spendere à favore della Christianità contro del Turco, e non mancò di confessare, che riconosceva anche in questo la Clemenza del suo Sig.re Il March. Frangipani non più si turbò, che se gli havessero portato l'avviso della sua liberatione, e pregò il Com.re, che li desse in quell'ultimo la consolatione di riveder il Conte suo Cognato per chiedergli perdono, che li fù permesso, e giunto à Lui cominció con gran cuore a pregare il Cognato di perdonarli se egli era stato la causa di farlo contro le leggi del Ciélo e degli huomini machinare contro del suo Principe, il quale confessava essere il più Pio, il più Clemente, il più Santo della Terra, disseli inoltre, che stimava superfluo essortarlo ad abbracciare volentieri la morte, perche da esso in tanti rincontri haveva imparato à non temerla. Se li gettò à piedi, l'abbracciò, e nel disgiungersi li disse: Ci separiamo Cognato Caris,mo col Corpo, e ben più presso, se piacerà alla misericordia Divina, ci congiungeremo con l'anime in Cielo. Sali il Conte Serino il Palco e lo spasseggiò come se stato fosse un teatro da Ballo, s' inginocchiò, si fece bendare d'un suo paggio, si slacciò il petto, et essendosi inviluppata la Camisa con i Cordoncini, con gran vigore la squarciò, et invocando il nome di Giesù, fu dal Carnefice con due replicati colpi tagliatoli il capo, che non fù senza horrore degli astanti, che lo viddero rivolgere il capo, come che si dolesse d'una tal Carnificina.

Coperto il Cadavere del Conte, salì il Marchese Frangipani, accompagnato dà un Padre Capuccino suo confessore, col quale haveva passata intieram. la notte, facendo sempre atti di compunzione, detestando i suoi falli, e benedicendo la misericordia del Cielo. Appena salito con un Christo, che teneva nella mano, orò con alta voce in latino, accusando di nuovo le sue colpe à Dio, chiedendo perdono à Cesare et al mondo, che haveva scandalizzato con un esempio così esecrando; esortò gli astanti ad imparare dal suo esempio ad esser fedeli al suo Principe; protestò, che se Iddio l'havesse chiamato à se, haverebbe sempre pregato p. la conservazione dell'Imp. e felicità dell'Impero e favellò p. un quarto d'hora, in guisa, che cavò le lagrime dagli occhi à tutti gli astanti, chiamò un suo Confessore, e si fece bendar gli occhi, e prima disse al Carnefice, che non lo toccasse, e genuflesso, mentre ripeteva queste parole: Miserere mei Deus, miserere mei, misericordias Domini in eternum cantabo, vibrò il manigoldo il colpo, et invece di darlo à filo, lo fece piombar sopra della spalla, che si sprofondò fin alla metà del petto, onde alzatosi con gran vigore, disse: ò Dio che crudeltà, e di nuovo genuflesso aspettò il secondo colpo, e rese l'anima a Dio.

(Si parla d'altro).

Non sono mancati offici di gran principi p. la liberatione de Conti di Serino, e Frangipani. La Francia non ha voluto impegnarsi per non mostrar d'approvar le ribellioni. Agli heredi degli estinti si faranno assegnamenti p. poter vivere, ma longhi da' loro Paesi. La tenera svisceratezza della Maestà di Cesare non havendo potuto salvare la vita a quest’Infelici, li ha fatti suffragare con diecimila messe ……..


Ecco ora la seconda cronaca poco differente della prima, che tolsi dal medesimo incartamento dell'Archivio Frangipani.  Come feci nella prima, così anche in questa sopprimo quella parte che non riguarda Francesco Cristoforo. 

Di Vienna li 3 Maggio 1671 .


Tutti gli avvisi di questa sett.na si ristringono in sangue sparso, in Capi recisi, et in sentenze eseguite; essendosi giovedì matt.na  nel med. tempo, cioè verso le 13 hore, benchè in diversi luoghi, fatti morire Nadasdi in Vienna, ed in Neustatt Zrini, e Frangipani; non ostante che del primo due' due si fosse sperato, che qualche gratia della vita si dovesse vedere. Il Processo di Tattembach non è per anche stato riferto a S. M.ta, e vogliono che non apparischino tanto chiari gli argomenti della fellonia come che non habbia veramente operato nel presente e solo dovesse essere aderente da valersene in ciò, che si sarebbe venuto eseguendo. Molti Cavalieri, e diversi altri in gran numero si portarono a Neustatt à vedere l'essecutione dell'accennata giustizia, e da alcuni di questi, che si sà non aggiungerne pur una parola al vero, si hanno relationi distintis, oltr' il testim.o di tutti, che portano ragguagli della morte del Frangipani in modo da piangere per somma pietà ed ammirarlo per gli sforzi indicibili di valore d'intrepidezza, e ciò, che più importa in simili contingenze, di Christiano, e di Santa Compunzione. Andò il Seg.rio Abel à portargli la nuova, a che non rispose altro, se non che, se si fosse potuto, haverebbe dato un memoriale ancora à S. M. ma si negò di riceverlo e si aggiunse esser' invano, e fuor di tempo, perchè in tal giorno, a tal hora dovea essere eseguita la sua Comm.". Non replicò, e lasciando qualche sfogo ad una forte passione che si eccita in si grave agitamento pensò a prepararsi di buono. Domandò la sera innanzi di vedere il Zrini e fù permesso e andato a trovarlo gli disse, che gli domandava perdono di tutto ciò, ch' havesse commesso generalmente e particolarmente contro di lui. Che lo ringraziava, che da giovine sotto di lui si era avvezzato a non temer la morte, e che presentem. non si commoveva punto. Ne sperava, che il suo Maestro lo passarebbe ancora in ciò, che gli haveva insegnato, e che questo gli pregarebbe ancora da Dio, e di nuovo gli chiese perdono. Zrini non molto eloquente, e piutosto feroce, che dicitore rispose Lui non curarsi della morte, haverla tante volte veduta da vicino nelle battaglie, che famigliare se l'era resa a gli occhi. Dispiacergli che dovesse morire ancor Lui, e

perdonargli tutto, che fosse seguito; con che si separarono. Il Frangipan stette tutta la notte in Oratione, e di questo parlasi più perchè maggiore n'è apparso il sentimento Christiano, non forse perchè non ne havesse anche l'altro uguale, ma perchè l'ha fatto spiccare con discorsi ed atti di ardore e di zelo impareggiabili. Aiutò egli la messa ultima, che loro fu detta, e poco ajuto dovette ricevere da P. P. Cappuccini, che ne sapevano meno di Lui, ed erano men caldi di Lui.  Quando fù l'hora usci con un Christo in mano, ed al Borgomastro della Città, che gli proibi il parlare d'alcuna cosa, o contro Cesare, o de' Ministri, rispose non esser per farlo ne haverne occasione. Tutto il male esser venuto da se stesso, e dall'Imp.re come troppo buono e troppo giusto non potersi ricevere alcun torto; esser impaziente di trovarsi accanto al Grand' Iddio, come sperava ben presto, per pregare per S. M. e rendergli qualche servigio doppo morte, giache in vita la haveva offesa con tanti misfatti. 

Prima di venir fuora fù degradato della Nobiltà, dicendogli il Borgomastro: ho ricevuto un decreto di sua M.a fatto li 25 del cadente mese nel quale ordina, che Voi Frangipani per haver tentato contro la sua persona, contro il suo stato esser ricorso a Principi forastieri in danno e ruina del Paese siate privo dell'esser Nobile ed il vostro Nome sia in perpetua infamia appo i Posteri, e vi sia troncata una mano, e poi il capo; indi gettò un bastone di legno rotto in due parti a suoi piedi, et essendo già concertato il Frangipane domandò grazia a S. M. del taglio della mano, e concessagli disse che non meritava tanto bene e tanti segni della clemenza di Cesare. Parlò sempre latino, ed in maniera elegante come se havesse orato p. qualch' uno, con voce chiara, con occhio vivo, e quasi gestendo, e con tal chiarezza d'intelletto, e fermezza di animo, che non si può rappresentare. Stette longamente discorrendo con Christo, e chi ne havesse le sue parole farrebbe stupire, perchè non si potevano adottar meglio i passaggi de Salmi e de i detti della Scrittura. Fece atti ferventissimi di contrition, esagerò la grandezza delle sue sceleraggini, lodò la clemenza e la giustizia dell' Imper. e che erano stati ben inhumani e fieri quelli, ch' havevano pensato di offenderlo; e p.che gli uscirno le lagrime dagl' occhi si protestò non derivare dalla consideratione di dover morire, ma da quella d'haver tanto peccato; pregò tutti di soccorrerlo d'oration in quel passo, nel quale disse confidar assai nella misericordia Divina. Da se stesso si sciolse con gran quiete i Giubbone, si fece legare i capelli da un suo paggio e postosi in ginocchioni, doppo che il medemo gl' hebbe bendato con un fazzoletto gl'occhi si alzò alquanto, e voltatosi a quelli che erano presenti fini con queste parole: «estote fides Deo, et Cesari usque ad ultimum vitae alitum ». Il Carnefice non fece bene le sue parti, p.che lo feri nella spalla al primo colpo, onde egli cadde in terra gridando: hoime, Giesù Giesù! e poco mancò, che gl'assistenti troppo alfetionati già a si generoso paziente non gli saltassero a castigarlo del suo esercitar si male l'arte sua. Già havevano troncato il capo a Zrino il quale era stato degradato come l'altro dell'esser nobile, e ricevuta la med." sentenza haveva supplicato p. la grazia della mano, e risposto in non differente maniera. Questo non parlò molto, e più tosto secondava quello dicevano i Cappuccini, non essendo mai stato di gran parole, ma venne col Christo in mano in modo più fiero, e più bravo, e quasi da soldato, che vada all' assalto di qualche fortezza. Essendogli discorso di non temer la morte, disse esser ben sicuro, che molti di quelli, i quali si trovavano presenti, haverebbono havuta maggior apprensione di Lui, che doveva soffrirla. Nello sciorre il Giubbone p. qualche cosa l'impediva, tirò di viva forza, e lo ruppe, essend' huomo di sommo vigore. Morto che fu, lo coprirno con un gran cappelo, p. che dal secondo non fusse veduto.

Qui in Vienna si fece in tanto l'esecuzione del Nadasdi..... (').

La cronaca continua a parlare, come si comprende, del Nadasty, nè più ritorna al Frangipani ed allo Zrin.



VIII.°

Così dunque, come dalle cronache su riferite si apprende, finirono i due cognati. Nel manoscritto posseduto dal conte Luigi Frangipani si hanno riportate le seguenti parole di Francesco Cristoforo, pronunciate poco prima di morire: « lo ho colpa di tutto, e non posso accusare nessuno. L'imperatore è buono e giusto, e mi pare mille anni di trovarmi innanzi a Dio per poter pregare per lui….. Oh, tutti voi che vi trovate qui e vedete la mia triste fine, prendete esempio alla mia sorte! Amate ludio, vostro Signore, il vostro Imperatore, siategli fedeli, ed evitate la maledetta ambizione che mi ha trascinato nell'abisso. Addio! pregate per me, io muoio e pregherò Dio per voi. Addio! Addio! »

........

La prima delle due riportate cronache dice che ci vollero due colpi per troncare nettamente la testa dal busto. Ora nel manoscritto più volte citato e favoritomi dal co. Luigi Frangipani, leggesi quanto segue e che alcun poco differenzia dall' esposto nelle suddette cronache: Il carnefice, gia confuso per la difficoltà incontrata nell'esecuzione dello Zrin, raccolse tutte le sue forze ed assestò un colpo terribile al Frangipani che continuamente invocava Gesù e Maria; ma trovandosi la testa del Frangipani un poco inchinata in avanti, il colpo toccò la spalla di esso. Il Frangipani cadde in terra, volle rialzarsi, ma ricadde di nuovo. Un segugio l'afferrò per i capelli, mentre il carnefice, spinto dalle grida della folla: « Fate il vostro dovere, non lasciate soffrire il condannato » gli assestò un nuovo colpo. Frangipani non cessò d'invocare Gesù e Maria, e ci volle un terzo colpo per distaccare la testa dal tronco. Il popolo era indignatissimo, ed avrebbe di certo massacrato il carnefice, se la truppa non l'avesse preso a tempo nella sua protezione ».

I corpi dello Zrin e del Frangipani furono sepolti in Neustadt, presso la facciata di mezzogiorno della Cattedrale, dove trovasi anche la seguente lapide:

Hoc in tumulo iacent

Comes Petrus Zrinius Bnus Croatiae

Marcho Fran Frangepan, Ultimus Familiae

Qui Quia Caecus Caecum Duxit

Ambi in Hanc Foveam Ceciderunt

Dicite mortales et casu discite nostro

Observare fidem regibus atqur Deo

Ammp Domini MDCLXXI, die XXX Aprilis Hora IX

Ambitionis meta est tumba


I figliuoli dello Zrin furono condannati a perpetuo carcere; fu ingiunto a tutti i figli dei principali ribelli di cangiare cognome; i beni del Frangipani, come quelli degli altri capi, furono confiscati. Il Ragotski solo fu salvo, sebbene maggiormente compromesso di tanti altri: già ne esposi le ragioni. Il Rachi riporta l'atto di confisca esteso in latino e nel quale sono elencate e descritte diffusamente le cose colpite da sequestro. Papa Clemente X non volle essere da meno di Leopoldo 1, e confiscò ingiustamente i beni di Mario Frangipani in Roma, beni che, come abbiamo visto, erano stati devoluti a Francesco Cristoforo. La famiglia Frangipani del Friuli impugnò il testamento di Mario, che li designava eredi in seconda linea e sostenue una fiera questione, che lungamente fu dibattuta, contro la Curia Romana, colla quale vennero ad un accomodamento e cioè al conseguimento di metà della sostanza, o poco più, del marchesato di Nemi.

Contro i tre conti Zrin, Nadasty e Frangipani, considerati i più colpevoli della congiura, fu stampato un libello infamante per ordine della Corte Imperiale di Vienna. Detto libello fu impresso in diverse lingue e, come la famosa lettera diretta all'Abaffy, anche questo libello venne largamente diffuso ed inviato presso le principali Corti d' Europa. Della traduzione italiana già ho avuto campo di far cenno. L'edizione tedesca è corredata di dieci tavole di fine lavoro d'incisione, disposte nell' ordine che segue:

1.° Luogo ove fu posto in prigione il Nadasty. 

2.° Interrogatorio del Frangipani.

3.° Esecuzione del Nadasty.

4.° Esposizione del cadavere del Nadasty presso il Rathaus.

5.° Visita dell'Abele al Frangipani in carcere. 

6.° Zrin e Frangipani condotti in altra carcere in carrozza.

7.°  Congedo dei due cognati , Zrin e Frangipani . 

8.°  Zrin e Frangipani vengono condotti al luogo del supplizio ( Tavola più grande ).

9. Ingresso dei due condannati al luogo del supplizio . 

10. La decapitazione . 


L'edizione suddetta fu eseguita in Vienna , presso lo stampatore di Corte Matteo Cosmerovia. Una traduzione di questo libello esiste manoscritta nell'archivio Frangipani in Castel Porpetto.  Il manoscritto e interessante per avere sul frontespizio scritte le seguenti parole, che appariscono vergate posteriormente e non dalla mano del compilatore: 

« Il Sig. Marchese Nari si degni di dire se a sa bene che si stampi la presente relatione.

Fe. Jacinto Mest. Del S. Palazzo



IX.°

Ci rimane di saper qualche cosa di Orfeo e della moglie di Francesco Cristoforo, Giulia Nari.

Orfeo Frangipani era stato accusato di essere complice non solo, ma quasi ispiratore e direttore della ribellione d'Ungheria (1). Si vede che le cose, qui del mio meglio ed in ciò che tocca più davvicino il Friuli riferite, avevano precorso i tempi. Già fin d'allora il sentimento di nazionalità in Ungheria trovava un eco nel cuore degli Italiani, che, pur non godendo di una patria, guardavano con ammirazione coloro che ambivano farsene una. E l'animo ardente e avventuroso di Orfeo l'aveva fatto lanciarsi a capofitto nell' arrischiata avventura dove utile diretto per lui non c'era. I grandiosi fatti del nostro risorgimento ed i moti emancipatori ungheresi de' nostri tempi sono una maggiore esplicazione, a mio modo di vedere, di quei lontani eventi, forse, al cospetto degli ultimi, troppo piccoli ed individuali, ma non per questo scevri di gloria e di grandezza.

Sul capo di Orfeo, fuggiasco e bandito, fu posta una taglia di 10000 talleri (2). Ma il furbo friulano se la rideva di tutto ciò e continuava ad allontanarsi dai luoghi pericolosi. Sappiamo che aveva fatto fuggir seco a cercar salvezza, la moglie di Francesco Cristoforo, la bella Giulia, troppo precocemente rimasta vedova. Prima si recarono nei castelli dei Frangipani sul golfo del Quarnero e che si appellavano di Bosiliero e di Novi. Da questi salparono con tre navi cariche di oggetti sfuggiti alla confisca. Le cronache dell'epoca dicono essere state ben cinquanta le casse di argenterie, oro, gioje ed altro di prezioso, che i due fuggiaschi riuscirono a condurre via dai due castelli anzi detti. Così capitarono a Bukari, donde, con altra imbarcazione più grande, veleggiarono verso Monfalcone (3).

È probabile che qualche tempo sieno rimasti presso i loro parenti a Tarcento, e che solo dopo abbiano continuato il loro viaggio. Non è ben certo se Orfeo abbia accompagnato la vedova di Francesco Cristoforo fino a Roma, dove essa si recò.

Nel 1680 troviamo questo bravo uomo d'armi al servizio della Francia, e precisamente capitano di cavalleria nel reggimento di Crillon. Aveva uno stipendio di circa 1300 ducati. Oltre questa notizia, da una lettera diretta al fratello Doimo in Friuli sappiamo che presso a poco nello stesso anno aveva in animo di recarsi alla corte di Luigi XIV per chiedergli un beneficio in luogo della accordatagli pensione di 500 scudi.

Nel 1683, Crillon partecipò alla famiglia , che sembra ne avesse richieste notizie, la morte di Orfeo, avvenuta circa due anni prima.  Nella lettera del comandante francese è detto, che il defunto nulla aveva lasciato in reditaggio, perchè aveva dato tutto ai poveri.  

E della Giulia Nari? Dalla seguente fede di morte, che si conserva nell'archivio Frangipani, apprendiamo essere passata a miglior vita il 28 gennaio, 1721, in Roma.

«Fide facio Ego infr.us Confessorius Ord.us Verb Mon.iij Ss.nd Incarnationis Verbi divini de Urbe vulgo le Barbarine , quater Ill.ma d . March. Julia Nari  Frangipani munita cibus sacram . anima deo reddita die 28 Januarii pre.ti et die 29 d . sepulta fuit in sepult . R. R. Monlia di Ven Mon.  Et in fide me subscripsi hoc die 4. Feruarij = 1721 = Rome.

Ego Austinus Poggius Conf.us Ord.us manu p.  

« Li infras.tti facemo fede de Verità mediante il n.ro giuram.to qualm.te il m.to Rev.do Sig.re D. Agostino Poggi, di che va sotts.ita la fede di sopra, attualm.le è Confess.re Ord.rio nel Ven. ordine della ss. Incarnat.ne di Roma Volgo le Barbarine e la sottoscrit.ne in essa fatta è sua propria, per averla fatta in presentia n."", di mano propria; et In fede di ciò facemo la prs.te in Roma a di 4 febr.o 1721. 

Amtonia Alnaser Cossera Cop. de d.o mia mano.

Io Alderano de Luca mano pp.»


Il conte Luigi Frangipani possiede una calotta cranica, favoritagli dal Consigliere imperiale Thalloczy e che appartenne a quegli che in vita fu Francesco Cristoforo.  Questa calotta, ora montata in argento, faceva parte di un cranio dolicocefalo, il cui indice oriz zontale sarebbe presso a poco stato di 0,68.  In questo frammento osseo le suture sono chiuse all'esterno più forse che non convenga all'età di 26 anni e sono aperte all'interno, dove dovrebbe aver principio l'ossificazione in via normale; il peso dell'osso accerta trattarsi di uomo di giovane età; i seni frontali sono molto sviluppati.

E con ciò ho finito; m'abbiano per iscusato, se non gli ho accontentati, quei pochi ch' ebbero la pazienza di leggermi.

Udine, 1896-97.

Alfredo Lazzarini


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